19 febbraio 2009

Ormai il Partito Democratico è in pieno effetto Tafazzi, il personaggio di Aldo, Giovanni e Giacomo, noto per la sua capacità di autoinfliggersi colpi sulle parti intime. E i colpi potrebbero essere così forti che alle prossime elezioni potrebbe presentarsi un partito eunuco o castrato. Non è un male in sé che il Partito Democratico viva una crisi di identità e che veda al suo interno più anime confrontarsi e sfidarsi. L’omogeneità di idee, la compattezza decisionale, l’unione di intenti, il pensiero unico sono caratteristiche inquietanti dei partiti autocratici o leader-centrici. Il punto non è che un partito così complesso – che eredità le tradizioni cattolica e comunista – attraversi una fase di trasformazione e compia un rito catartico di rinnovamento. Il punto è che è cambiato l’elettore medio: non più legato alle ideologie forti, ondivago nelle scelte di voto, scarsamente fedele dal punto di vista partitico, sovente insoddisfatto e critico nei confronti della politica. Come se ciò non bastasse, molti risultati elettorali sono condizionati proprio dagli elettori indecisi (che sono ormai “legione” per dirla in termini evangelici) che assumono scelte di voto per effetto di molteplici suggestioni e motivazioni. Proprio il voto emotivo, irrazionale, quello dato più con la pancia che con il cervello, facilmente condizionabile dalla bontà comunicativa della campagna elettorale, si sta rivelando il nodo cruciale di qualsiasi tenzone politica.

 

Un tale elettore è sempre determinante nella vittoria finale e tende a premiare quelle proposte politiche omogenee e decisioniste. La progressiva estinzione di elettori medi ideologizzati fa sì che gli elettori scelgano la chiarezza, la decisione e la persuasività comunicativa dell’offerta politica. Senza voler peccare di snobismo intellettuale, il modello di elettore medio italiano appare preoccupante: siamo ormai dinanzi a un individuo che fa scelte politiche come se facesse zapping col telecomando. Ma questo è lo stato dell’arte. Non a caso le vittorie elettorali sono sempre più vittorie di marketing elettorale. La fedeltà leggera dell’elettore medio si conquista molto più con la banal-politik che con la real-politik. Presso atto della mutazione genetica dell’homo elector e del declino dell’ideologia come fattore chiave della politica, non resta che spostare il discorso sul piano comunicativo.

 

Se crisi dev’esserci, che almeno avvenga nelle segrete stanze, senza lavacri purificatori pubblici e senza cassandre che rilasciano dichiarazioni ai media a ogni piè sospinti. Il reality della crisi dovrebbe terminare o, quanto meno, avvenire nel retrobottega del partito. L’elettore medio non comprende e non gradisce assistere al travaglio di un partito: un elettore degli anni ‘70 avrebbe sofferto con pathos e partecipato alla Via Crucis del Partito Democratico, ma un elettore postmoderno legge in tale golgota solo un desolante spettacolo di debolezza e di indecisione a tutto.

Quanto fin qui detto varrà finché il Cavaliere sarà ancora in sella. Una volta scomparso Berlusconi dalla scena per motivi anagrafici, tutto potrebbe cambiare. Potrebbe iniziare il declino della concezione “leaderistica” della politica che farebbe da prologo al ritorno dei vecchi schemi politici. La rinascita di un grande centro cattolico verso il quale defluirebbero ex PDL ed ex PD; la ricostituzione di una sinistra social-riformista; la permanenza di entità politiche autonomiste (Lega, MPA e via dicendo). Ma in attesa dell’ennesima palingenesi, i leader del PD farebbero bene a flagellarsi nelle cripte del partito e a mostrare, sui media, sorrisi di plastica.

Franco Forchetti

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