13 febbraio 2009

La profezia del Veltro(ni), l’amalgama blob e la partitogonia

 

 

 

« Molti son li animali a cui s’ammoglia

e più saranno ancora, infin che’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa
fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno

là ove ‘nvidia prima dipartilla. »

 

Inferno, I, 100-111

 

 

 

La profezia (mancata) del Veltro (ni) e la fine del laederismo

La maledizione del grande traghettatore ha colpito ancora. Era già accaduto ad Achille Occhetto, l’uomo della svolta della Bolognina, del passaggio traumatico dal PCI al PDS, delle lacrime del rito di transizione. Pur essendo stato il leader comunista più coraggioso e più lungimirante dell’ultimo ventennio, Occhetto fu presto pensionato e dimenticato. Ora la maledizione ha colpito Walter Veltroni. Colui che più di tutti aveva cullato, in tempi non sospetti, l’idea della nascita del Partito Democratico e che ne aveva, come una nutrice solerte, accompagnato i primi vagiti, ora esce di scena. Lo tsunami – non previsto dai sondaggi – è giunto dalle coste della lontana Sardinia dove Cappellacci, anch’egli scelto e benedetto da Sua Emittenza il Cavaliere, il “Chiodi sardo” come qualcuno aveva detto, distrugge i sogni di gloria peninsulare di Mr. Tiscali Soru che accarezzava il sogno di una sfida nazionale a Berlusconi. Che la fine di Veltroni e del veltronismo fosse nell’aria da diversi mesi, è noto a tutti. Cronaca di un fallimento annunciato. Che, però, non è da imputare a Walter, poiché il suo progetto è stato sabotato dall’interno.

Ma, come giustamente sostiene l’enfant prodige del PD Matteo Renzi, Presidente della Provincia di Firenze e vincitore plebiscitario delle primarie per la candidatura a sindaco di Firenze, mai momento fu meno opportuno. Tanto valeva – dice Renzi – che Veltroni rimanesse a guidare il partito fino alle elezioni europee, evitando il vuoto di potere che rischia di portare o ad una reggenza provvisoria o ad una rielezione del segretario. Il Veltro(ni) che doveva scacciare la Lupa è stata invece scacciato a sua volta.

L’amalgama blob che inghiotte Veltroni

Non vi è dubbio che la resa di Walter sia dovuta più ai conflitti intestini del PD che alle sconfitte elettorali. La profezia dell’Amalgama (questa entità misteriosa nata per semplice addizione di ex ds ed ex margherita), pronunciata da Massimo D’Alema, si compie e non pochi temono che dall’amalgama, che ha fagocitato Veltroni come un blob, si generi una scissione che potrebbe riesumare ds e margherita. Il ritorno dei morti viventi. Una prima considerazione è che non c’è mai il giusto tributo a chi, come Veltroni e Occhetto, assume su di sé il fardello del comando e della trasformazione, impegnandosi nel doloroso rito di transizione da un’eredità politica a una nuova formazione. La nascita del partito Democratico della Sinistra, la successiva trasformazione nei DS, la fusione a freddo con la Margherita per dare vita al Partito Democratico, un sogno americano che doveva essere trapiantato in Italia e che, paradossalmente, nell’era Obama, avrebbe dovuto trovare un moltiplicatore di consensi. Un oceano separa un mondo dove il Partito Democratico scopre la nuova frontiera della politica, il new deal neo-roosveltiano di Obama, e un paese alla periferia dell’impero (Italia) dove il PD è un neonato soffocato nella culla. Ma da chi è stato soffocato il bambino democratico?

Effetti della fusione a freddo

Le fusioni a freddo fanno nascere sovente “mostri”. La svolta della Bolognina era stata una scelta dolorosa e lancinante poiché si trattava di rinnegare una parte dell’identità storica e della simbolica del PCI per dar vita ad una creatura nuova di sinistra ma postcomunista. Dopo che per decenni comunisti e democristiani si erano combattuti e sfidati, in pochi mesi e per ragioni di mera strategia elettorale, due mondi vengono rinnegati e miscelati in nome del sogno “americano” del Partito Democratico. Senza conflitti, senza dolori, senza un vero congresso che stabilisse le scelte fondamentali del nuovo partito. Nessuno ha mai chiarito come mettere d’accordo il laicismo di sinistra con il cattolicesimo militante, come conciliare le diverse istanze bioetiche, come far dialogare ancora nello stesso partito Don Camillo e Peppone. Del resto non è stato mai ben chiaro perché in Italia si sia dovuto rinunciare con troppa facilità a una tradizione liberale e socialista che pure è presente nelle altre democrazie occidentali. Siamo sicuri che sia stato salutare perdere tali eredità politiche in nome di organismi che hanno solo la finalità di funzionare come macchine per il consenso? I partiti non dovrebbero essere qualcosa di più che semplici macchine di consenso?

Neo- partitogonia. La fine del leaderismo e la palingenesi dei partiti

Interrogativi inquietanti e apparentemente oziosi vorticano nella mente. Sono più importanti gli uomini o i partiti? Contano le idee o gli uomini che le realizzano? All’Italia servono le leadership carismatiche o le classi dirigenti valide?

Avremmo dovuto già apprendere in Italia che non esistono e non servono uomini della provvidenza. Né a destra né a sinistra.

Fa male chi vuole delegittimare Berlusconi come politico e statista perché negli Usa esiste una letteratura politologica a giudizio della quale il Cavaliere è indicato come colui che ha cambiato la politica italiana, dominandola a fasi alterne nell’arco di 15 anni. Il Cavaliere è riuscito a introdurre un nuovo stile di comunicazione nella politica, a ricucire lo strappo tra il paese e le istituzioni attraverso un nuovo modello di interazione con gli elettori. Ma lo attende la sfida più difficile: quella di cambiare il paese in senso liberale, di attuare le riforme e di restituire floridezza economica al sistema. Non si può dire che la congiuntura internazionale lo abbia favorito sia perché nel 2001 la caduta delle torri gemelle aprì una fase di crisi e di instabilità mondiale sia perché, in questo annus horribilis, sta per abbattersi sul paese la peggiore crisi occupazionale del cinquantennio. Dovrà governare controvento, orzando, come si dice in gergo velico. Veltroni, d’altro canto, avrebbe potuto attendere fino a Primavera: centinaia di migliaia di italiani saranno senza lavoro e probabilmente scenderanno nelle piazze, le formazioni di sinistra radicale riprenderanno vigore e il PD potrebbe avere gioco facile nel cavalcare la crisi a fini elettorali. La crisi potrebbe incrinare la fiducia nel governo molto più di quanto non riescano a incrinarla gli oppositori politici.

Il leaderismo come ricerca compulsiva di un leader carismatico che dia senso alla politica è solo una reazione di fronte alla paura. Cercare il buon pastore politico evidenzia solo lo smarrimento del gregge. Non mi auguro che il PDL e il PD nascano e si rafforzino nel segno dei leader fondatori e spero che tali partiti divengano vere e proprie culture politiche che possano sopravvivere ai leader che di volta in volta le rappresenteranno. Che cosa accadrà al PDL allorché Berlusconi lascerà, per ragioni di età, la politica? Siamo sicuri che nel frattempo il PDL sia in grado di esprimere una compiuta carta dei valori, una cultura politica e una classe dirigente che sopravvivano al carisma e alla forza del Cavaliere? E lo stesso dilemma colpisce il PD. E’ vero, da un lato, che Veltroni è il leader carismatico e fondatore del PD, ma nessuno pensava ragionevolmente di farlo durare 15 anni. Tuttavia un conto è affermare la necessità del turn-over politico nel lungo periodo (che scongiuri il pericolo di sclerotizzare un leader) e un conto è “rottamarlo” in fretta e furia, nonostante il risultato elettorale di Veltroni sia stato tutt’altro che negativo. Tanto più che la sua idea di partito aveva il merito di essere chiara e ben definita, lontana dall’oscuro disegno di camuffare da liberal-democratica una formazione che si vuole, in realtà, social-democratica e nemmeno tanto post-comunista.

Almeno dal punto di vista tattico, come sostiene Renzi, sarebbe stato più sensato rimanere almeno fino alle elezioni di Primavera, senza gettare il partito nel caos e offrire all’opinione pubblica l’immagine di un corpo politico in disfacimento.

Sappiamo che il leaderismo è figlio di leggi elettorali maggioritarie che hanno fatto digerire al paese che si governa meglio se c’è un leader. Sarebbe opportuno ripensare la cultura del leaderismo e reintrodurre l’idea del buon governo degli uomini illuminati. A volte per andare avanti bisogna tornare indietro.

Franco Forchetti

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