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Venerdì 21 luglio 2009

 

E’ noto che il suffisso “ismo” non designa quasi mai un fenomeno positivo. Le parole che terminano con tale suffisso denotano, di regola, eventi aberranti o degenerati. Dal nazismo al comunismo al fascismo al consumismo al fanatismo al bullismo. E così via. Tra le poche eccezioni compare “ottimismo” che connota qualsiasi pensiero o comportamento fondato sull’idea che il futuro sarà meglio del presente rispetto a una data situazione di partenza. La guerra filosofica tra ottimisti e pessimista va avanti da secoli.

Al filosofo Leibniz che pensava che il nostro mondo non potesse essere che il migliore dei mondi possibili creati da Dio, l’illuminista Voltaire replicava con un pamphletsull’ottimismo stupido, mettendo in scena il personaggio Candide che continuava ad essere stolidamente ottimista malgrado catastrofi naturali e tragedie umane. E sulla stessa linea di Voltaire c’è Georges Bernanos che parla di ottimismo come falsa speranza a uso degli imbecilli, nonché Ennio Flaiano che scriveva che essere pessimisti circa le cose del mondo è un pleonasmo ossia significa anticipare quello che accadrà.

Più raffinata e interessante la frase di Gramsci destinata ad essere utilizzata, logorata e inflazionata dai maitre a penser della destra e della sinistra. Gramsci scrive che “ occorre violentemente attirare l’attenzione sul presente così com’è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. 
Ciò significa che, seppure l’intelligenza ci suggerisce che tutto andrà male, la nostra volontà deve essere tenacemente impegnata nella spasmodica “rivoluzione” dello stato delle cose, nell’agire sul presente per costruire un futuro diverso.

Un sondaggio di Eurobarometro del giugno 2009 ci dice che gli italiani sono i più ottimisti d’Europa rispetto all’attuale crisi economica, o, letto al contrario, i meno pessimisti d’europa. In altri termini meno della metà dei connazionali (49%) pensa che gli effetti della recessione sui posti di lavoro siano destinati a peggiorare. I più pessimisti sono i lettoni che con una percentuale dell’82% vedono nero nella crisi, mentre popoli pragmatici e realisti come Regno Unito e Germania si attestano rispettivamente intorno al 63% e al 69%. Gli italiani invece risultano essere i meno pessimisti. Ne viene fuori, dunque, che siamo un popolo di inguaribili ottimisti.

Qualcuno potrebbe osservare che ciò spiega il consenso costante e crescente del Presidente del Consiglio che dell’ottimismo ha fatto un dogma politico e che, evidentemente, sa intercettare quell’ottimismo latente che pervade gli italiani. Non è male che un popolo sia ottimista rispetto agli eventi futuri. Ma bisogna chiedersi di che ottimismo si tratta. C’è ottimismo ed ottimismo. L’ottimismo “fatalista” è il convincimento che tutto migliorerà anche se non si fonda su alcuna analisi razionale o probabilistica: è solo un’irrazionale adesione al dogma scaramantico del “tutto prima o poi si aggiusterà” e, soprattutto, non implica che i portatori di ottimismo debbano essere fattivi. L’ottimista fatalista, pur non dandosi da fare in prima persona, crede che il tutto, olisticamente, evolverà verso uno stato migliore.
Esiste poi un ottimismo “attivo” e “pragmatico” che coltiva la persuasione che tutto si aggiusterà se ciascuno porterà il suo contributo di nuove idee e nuovi progetti, nonostante condizioni ambientali e socio-economiche non favorevoli. Tale ottimismo è, sotto qualche aspetto, vicino all’idea gramsciana dell’agire sul presente, dell’ottimismo della volontà, della “rivoluzione” per cambiare lo status quo. In questo senso Silvio Berlusconi, in modo più o meno consapevole – ma è persona troppo colta e intelligente per non conoscere a fondo il pensiero gramsciano – applica uno schema di uno dei suoi “antagonisti” ideologici, propugnando una “rivoluzione” liberale e riformista. E non si può negare che la sua azione politica sia volta al riformismo e alla trasformazione del paese.
Ma l’ottimismo “fattivo” di un uomo solo non basta a fare la rivoluzione liberale e a rimettere in moto un paese.Occorre un popolo che sia composto da uomini e donne che siano portatori di nuove sfide e che, nel loro piccolo, agiscano per cambiare lo stato delle cose, come se si trattasse di infiniti piccoli affluenti che confluiscono in un grande fiume. E l’indole vera dei popoli non si vede nel benessere, ma nella difficoltà, come un padre della patria saggiamente ricorda:

“Per poter conoscere l’indole dei popoli non conviene paragonarli nei momenti normali (…) ma (…) quando, sciolti da ogni freno, si trovano in assoluta balia del loro istinto” (Cavour, Discorso parlamentare del 16 dicembre 1852)

Se l’ottimismo italico appartiene al genere dell’ottimismo onirico e fatalista, allora esso sarà segno di sventure e, mentre gli altri europei saranno svegli di fronte alla cruda realtà, noi coltiveremo ancora illusioni di grandeur. Ma se l’ottimismo degli italiani sarà laborioso e fattivo, fondato sull’idea che il futuro dipende anzitutto da ciascuno di noi, allora saremo in grado di vincere la difficile sfida della crisi creando nuove prospettive di sviluppo. Perché, come ricordava Tonino Guerra in un famoso spot, “l’ottimismo è il sale della vita”. E chissà che Tonino Guerra e Silvio Berlusconi, così lontani per storia e per idee, non si trovino d’accordo sull’unica cosa che farà la differenza: la fiducia costruttiva nel futuro.

Franco Forchetti

 

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