Sabato 8 agosto 2009

De Laurentiis per una RAI meno “feudale”

 

L’ultimo incontro del corso di sensibilizzazione alla politica organizzato dall’Istituto “G. Spataro” di Pescara, diretto da Licio Di Biase, ha visto come tema quello della comunicazione politica.

Alla tavola rotonda conclusiva era presente anche l’Onorevole Rodolfo De Laurentiis, deputato UDC e consigliere di amministrazione della RAI. De Laurentiis ha sollevato il problema del rapporto tra informazione e politicaNon si può più concepire la RAI – argomenta De Laurentiis – come un regno feudale dove ogni attore organizza la propria enclaveideologica e comunicativa: una sorta di spezzatino politico nel quale ogni programma o rete assecondano esclusivamente le proprie linee ideologiche, trascurando quell’elementare prescrizione deontologica che impone neutralità e imparzialità nell’informazione. De Laurentiis individua il nodo gordiano della Rai: si deve continuare a concepire l’azienda pubblica come il territorio di un’inevitabile lottizzazione ideologica o è necessario rimodellare un’informazione meno faziosa, forse più noiosa ma di certo più attendibile?

D’altronde si può, in ultima analisi, accettare l’idea che i talk show politici siano ideologicamente orientati, in nome della libertà di pensiero e rispettando la personalità del conduttore, ma ciò funzionerebbe in un sistema radiotelevisivo dove i vari Santoro, Floris siano controbilanciati da anchorman di differente taglio politico in un gioco di equilibri e di contrappesi. Oppure si deve trasfondere, perfino negli anchorman più schierati, quel codice deontologico che li obblighi a gestire il programma con uno stile equidistante? Un abbonato RAI è legittimato ad obiettare che, pagando il servizio pubblico, lui ha diritto ad un’informazione non schierata ma un altro abbonato replicherebbe che ha il diritto di non annoiarsi in tv e mai e poi mai vorrebbe un’algida informazione televisiva. Si può fare informazione giornalistica in RAI solo con i fatti espellendo le opinioni?

 

La RAI, come le altre tv, muta il suo corpo: da analogica essa diviene digitale. Ma l’anima sembra non cambiare: feudale e vassallatica. La vexata quaestio è destinata a non essere risolta. Credo che dall’ancienne querelle si possa uscire dando un’occhiata ad un documento redatto da Corrado Calabrò, Presidentedell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, in Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, di martedì 17 novembre 2009. Tale documento espone le linee guida del contratto di servizio Rai 2010-2012. Ne riporto alcuni passi in calce al nostro intervento e rinvio al sito dell’Agcom per il testo integrale.

 

Le prime considerazioni di Calabrò pongono in evidenza la funzione di integrazione e di coesione sociale che la RAI è chiamata a svolgere. D’altronde essa rientra nell’alveo della cosiddetta teoria funzionalista e integrativa dei media secondo la quale questi ultimi svolgono funzioni di continuità, ordine, integrazione, motivazione, guida, socializzazione (R.K Merton, Teoria e struttura sociale, 1957).

Ma si impone una riflessione: dire che la Rai deve perseguire il mantenimento della coesione sociale significa implicitamente che essa non dovrebbe sfornare programmi che alimentino la conflittualità. Un programma di inchiesta giornalistica, fortemente orientato ideologicamente, se da un lato, è legittimo in quanto espressione di una “diversità di opinione e culturale”, dall’altro rischia di soffiare sul fuoco delle tensioni sociali. In qualche modo tali indicazioni sembrano espungere un ruolo apocalittico o rivoluzionario della Rai che continuerebbe a rappresentare un’azienda contigua e funzionale allo status quo e all’establishment.

L’attenzione al soddisfacimento della totalità degli utentiinduce, invece, a rivedere il concetto di qualità dell’offerta: i dati auditel ci dicono che c’è una porzione di audience che ama i reality e, se dobbiamo perseguire il fine di accontentare la totalità del pubblico, allora non possiamo eliminare i reality dai palinsesti, ancorché essi non siano espressioni di qualità del servizio pubblico.

 

Essere Tutto per Tutti. Il Grande Fratello, la badante mediatica.

 

Del resto lo scrittore Luciano De Crescenzo, alla domanda su cosa pensasse del Grande Fratello, raccontò, spiazzando il giornalista, che una sua vecchia zia, rimasta sola perché nemmeno i suoi nipoti le rendevano visita, ritrovava nei ragazzi del Grande Fratello  una sorta di famiglia virtuale che l’aiutava a combattere la solitudine. Questoci dice che la televisione è fatta per tutti ed assolve ad una molteplicità di funzioni (nel caso specifico una funzione consolatoria e di “badante” mediatica): guai a considerarla solo una fucina di programmi intellettuali ed educativi. Ed è quello che Fedele Confalonieri ribadisce, in un’intervista rilasciata ad un programma della 7, allorché osserva come sia inappropriato rivendicare un ruolo di alto profilo nell’offerta televisiva: la tv generalista si rivolge a milioni di persone e incontra livelli culturali e gusti eterogenei. Confalonieri esprime, da manager della comunicazione multimediale, l’idea paolina dell’essere tutto per tutti. Si dovrebbe, perciò, organizzare un palinsesto che sia in qualche modo “nazionalpopolare”, tenendo presente che l’incipiente frammentazione e moltiplicazione televisiva (con l’iperfetazione di canali satellitari e digitali) permetterà la nascita di nicchie di ascolto connotate dalla presenza di contenuti culturali significativi. Una posizione contigua a quella di Maurizio Costanzo che, in barba a coloro che ne stigmatizzarono l’impegno in programmi “leggeri”, ha sempre difeso il progetto di una TV non necessariamente “aulica”. Ciò non vale però per la tv pubblica che, per storia e per dna, deve impegnarsi ad elaborare un discorso di qualità. Paolo Gentiloni in un articolo sulla Repubblica ha affermato che: “solo una Rai più simile alla BBC può evitare di essere sempre più uguale a Mediaset.

Il primo Direttore generale della BBC, John Reith, parlò di una triade che avrebbe dovuto caratterizzare il servizio pubblico: informare, educare e divertire. Ma, come notano molti sociologi della comunicazione, tale triade appartiene alla cosiddetta Paleotelevisione mentre sembra essere negletta nei modelli contemporanei della Neotelevisione.

La Paleotelevisione contemplava una struttura di programmazione ridotta che si coniugava con modelli organizzativi verticistici e con un intento smaccatamente pedagogico; la pubblicità si concentrava nei Carosello e la figura dello spettatore si profilava come quello di un attore passivo.
I generi televisivi potevano essere ricondotti a 4 macro-aree (informazione, intrattimento, cultura, sceneggiato): ogni prodotto televisivo si presentava come ben riconoscibile ed etichettabile. Mentre la cosiddetta Neotelevisione si orienta verso una programmazione a striscia ed orizzontale che non conosce soluzioni di continuità (il flusso dei programmi è 24 ore su 24): la pubblicità pervade ogni spazio orario. Il ruolo dello spettatore è divenuto sempre più attivo. La neotelevisione ha sdoganato l’idea della tv come strumento di svago e non soltanto come mezzo di educazione. Si assiste all’ibridazione dei generi televisivi (infotainment, edutainment, sportainment, docudramma). L’affermazione dei reality show ha sancito la centralità dell’uomo comune nelle forme di intrattenimento televisivo, togliendo spazio e visibilità ai professionisti dello spettacolo.

Un tale scrisse che la tv italiana è ormai metà degli italiani che intrattiene l’altra metà. Solo una battuta? Non credo. La tv sta diventando un teatro-laboratorio dove i protagonisti sono gli utenti stessi, un rizoma senza più centro e periferia: questo è sicuramente il destino della tv come medium, la sua escatologia naturale. Ma il servizio pubblico televisivo non può essere caotico e rizomatico perché esso, come la politica nel suo senso più alto, dovrebbe giocare un ruolo fondamentale nell’educazione civica, democratica e culturale del paese, al di là delle strategie di audience: in questo senso non si dà buona RAI senza una buona politica e non si può fare buona politica senza plasmare un modello alto di RAI.

Franco Forchetti

 

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