13 gennaio 2011

 

 

Benigni, la nazione e la lingua

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*La riflessione che segue prende lo spunto dalla lettura di un pezzo di Michele Mezza che si interrogava sul tema della patria difeso da una cultura di sinistra che, per molti decenni, è stata più internazionalista che nazionalista.

Non meraviglia che sia proprio Benigni l’Ultimo dei Patrioti. Ma più in senso linguistico che morale. La lingua italiana non è che il dialetto toscano, derivato dal latino volgare e diffusosi sul territorio della penisola. Ma la lingua italiana è parlata dalle élites, dalla tv e dai doppiatori cinematografici (come suggerì acutamente il buon Flaiano). Per il resto imperano dialetti e slang. Fatta l’Italia, abbiamo fatto gli Italiani?
In senso linguistico sì, nonostante i limiti sopraccitati. Nel senso della coscienza collettiva di una storia comune e della condivisione di valori, principi ed etica, assolutamente no. Storici, politologi e sociologi non riescono più a negare il fatto che non sia mai esistito un senso di nazione: forse tale senso abitava nei sogni e nelle velleità delle élites che hanno costruito l’Italia, ma non nelle “masse”. La guerra di liberazione dal nazifascismo avrebbe potuto essere l’alba di uno stato-nazione riconciliato e finalmente unito in un’etica pubblica condivisa e in una prospettiva di evoluzione. Invece fu l’inizio della spartizione ideologica dell’espressione geografica “Italia”: da un lato la cultura comunista, più innamorata della Resistenza che della palingenesi della patria “Italia”, internazionalista e antinazionalista, che ebbe, almeno da principio, il punto di riferimento di una Unione Sovietica ateo-burocratizzata e che mise in pratica la teoria gramsciana dell’occupazione dei luoghi strategici della cultura (scuola, università): dall’altro la cultura cattolica, universalistica per definizione,  scarsamente attratta da ogni discorso sulla Nazione e preoccupata, principalmente, di combattere l’anticlericalismo di sinistra e di attuare una modernizzazione “atlantica” del paese. Nel contesto di una tale bipolarismo ideologico e di una democrazia bloccata, l’idea di nazione è stata coltivata per decenni solo da alcune formazioni politiche minoritarie di estrema destra.

Tutto è rimasto sostanzialmente in questo modo finché la caduta del Muro di Berlino e il declino internazionale dell’ideologia comunista non hanno posto le premesse per la rivoluzione italiana. Alla fine degli anni ’80 il sistema dei partiti entra in crisi, anche per colpa della nascita di un movimento localistico (la Lega lombarda) anti-centralista e anti-nazionalista . E’ il sociologo Roberto Cartocci a ricordarci che il voto politico degli italiani è stato, nella Prima Repubblica, o un voto di appartenenza (il voto dato alle identità subculturali ovvero ai cosiddetti partiti chiesa) o un voto di scambio: in pochi casi si trattava di un voto di opinione (intesa come libera e consapevole scelta). Sartori ha utilizzato l’espressione “pluralismo polarizzato” per indicare, appunto, una frammentazione dello scenario partitico italiano che si è polarizzato, però, intorno alla dialettica destra-sinistra.
Nella Seconda Repubblica, eclissatosi il partito-chiesa della DC e indebolitosi ideologicamente l’altro partito-chiesa del PCI, il voto di appartenenza fu, inizialmente, intercettato dalla Lega che si fece interprete di una nuova sedicente identità subculturale a carattere localistico.
Le vicende di Tangentopoli determinano il crollo dei principali partiti della Prima Repubblica, eccezion fatta per la Lega e per il PCI che si trasforma in PDS. Il cattolicesimo universalistico non ha più il partito di riferimento (la DC) e il voto cattolico si disperde, mentre gli eredi del PCI sono costretti a de-ideologizzarsi per inseguire nuove geometrie politico-valoriali. Secondo l’opinione di un teologo, dotato di grande acume politico, Gianni Baget Bozzo, la vittoria di Forza Italia nel 1994 non può essere spiegata soltanto con  il potente apparato mediatico messo in campo da Berlusconi, ma anche con il fatto che il progetto politico di “Forza italia” evocava, pur non configurandosi come un movimento neo-patriottico o neo-nazionalista, l’’idea di nazione (lo stesso nome del partito, mutuato da una vecchia campagna elettorale della DC, evocava una realtà politico-valoriale che voleva essere nazionale e, al contempo, nemica del concetto di partito-chiesa leviatano). A quel punto in Italia – che rappresenta il laboratorio politico più interessante del mondo proprio perché erede di una storia complessa e frammentaria – si configura un assetto geopolitico insolito: Berlusconi sdogana quella destra patriottica che era rimasta ai margini della Prima Repubblica, diventando il mediatore machiavellico tra la cultura leghista, localistica e secessionista, e la cultura nazionalista di Alleanza nazionale, mentre Forza Italia continua a giocare il ruolo di partito anti-partitocratico, aziendalista ed efficientista. Più che la dialettica destra-sinistra, che connotava il pluralismo secolarizzato della Prima Repubblica, la storia politica più recente sembra strutturarsi intorno al binomio nord-sud: proprio la frattura socio-economica tra nord e sud, nodo irrisolto della storia italiana, rappresenta la chiave di volta dei futuri sviluppi politico-economici dell’Italia. Allo stato dell’arte, quella Forza Italia, nata per recuperare quello spirito di patria-nazione, sembra aver perduto ogni velleità “nazionale” e unificatrice essendo stato costretta ad appiattirsi sulle posizioni anti-patriottiche della Lega nord, mentre il neonato Polo della Nazione e il Partito Democratico rilanciano il messaggio “unitario” e “patriottico”, in un’insolita alleanza sul tema dello stato-nazione. La battaglia elettorale – come dimostra Benigni – si giocherà anche sul terreno della cultura nazionale, sull’evocazione della storia e delle vicende che hanno caratterizzato la storia d’Italia dal Risorgimento ai giorni nostri. Ma quali potrebbero essere i fattori di aggregazione e di rilancio dello spirito “nazionale” dopo un così lungo periodo di logoramento sui temi del federalismo, del secessionismo e della contrapposizione tra nord e sud? D’altronde come Gad Lerner notava nella puntata dell’Infedele del 7 marzo 2011, il nodo irrisolto della Lega è proprio quello di continuare a giocare sul doppio binario, essendo sia partito di governo (che tiene in piede l’alleanza con Berlusconi e che persegue un progetto federalista) sia partito di lotta (perché non ha mai smesso di coltivare l’utopia secessionista).
Forse – ma è una sfida tutta da giocare – la soluzione potrebbe essere nelle 3 C: cultura, chiesa e comunicazione. La Cultura chiama a raccolta le migliori intelligenze del paese, i nostri intellettuali più lucidi, gli attori più impegnati (come Benigni) per un’operazione di rieducazione (non spocchiosa) ai valori e ai principi di una storia culturale e politica per troppi anni negletta. La Chiesa finirà con l’essere – in un una funzione paradossalmente salvifica nel cuore di uno stato laico – un punto di riferimento per l’universalismo cristiano e per la capacità di instillare il senso dell’etica e del bene comune. Ed infine la Comunicazione (giornali, tv, internet, ecc) che dovrà rinunciare, almeno in parte, alle logiche dell’audience e della pubblicità per farsi strumento di acculturazione e di formazione dell’ethos. Nessun Minculpop, beninteso, ma solo un progetto integrato e condiviso per la costruzione di un orizzonte intellettuale e morale per uno stato-nazione che ha bisogno ancora dei suoi cantori.

Franco Forchetti

 

 

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