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Finisterrae e teleologia della speranza

10 aprile 2010

 

Il PDL appare sempre più come un partito cesaristico, con una leadership monocratica che, invocando il consenso e la legittimità dell’investitura popolare, non tollera correnti o aventiniani. Del resto anche la Lega era organizzata in questo modo, con un Bossi che defenestrava e metteva alla porta parenti ed ex amici in nome dell’unità e della compattezza di partito. Finché il modello cesaristico produce risultati, determinando consenso elettorale e tenuta politica, non si può che riconoscerne la “funzionalità” almeno in senso sociologico ed organizzativo.

Ma c’è una differenza tra il PDL e la Lega. Mentre nel partito di Bossi è già nata una classe dirigente che ha messo in luce probabili e futuribili eredi del Senatur (da Maroni a Cota a Castelli a Zaia) e c’è da scommettere che, scomparso Bossi, la Lega sopravvivrà e forse continuerà a crescere nei consensi, nel PDL non si sono materializzati eredi di Berlusconi. Tremonti è un buon ministro dell’economia ma non è carismatico, benché non inviso alla Lega. Formigoni appartiene a tutt’altro modello di leadership ed è difficile dire se, al di fuori della Lombardia, sia un capo trascinante. E’ vero che il PDL ha fatto quadrato intorno a Berlusconi, isolando i finiani ma quale futuro ci sarà per un partito che può contare solo sul charisma del Cavaliere? E’ tempo che Berlusconi cominci a meditare su una eventuale investitura perché è impensabile che il PDL possa trasformarsi da partito leaderistico in partito multipolare.Tatticamente il Cavaliere vince ma la strategia per fare del PDL un partito duraturo che non muoia col suo fondatore non è ancora tracciata.

 

Scrissi mesi fa che la cartina di tornasole del governo sarebbe stata la crisi economica. Ipotizzavo che gli elettori avrebbero votato giudicando la capacità dell’esecutivo di fronteggiare l’emergenza socio-economica. Mi sbagliavo. Non tenevo conto che l’antropologia dell’elettore medio prevede che non si voti più per appartenenza ideologica (solo il 10% degli elettori vota in modo costante per lo stesso schieramento), che la fedeltà elettore è leggera, che lo stesso elettore vota per centrodestra e centrosinistra in modo alternato senza traumi intellettuali e, soprattutto, che in tempi di crisi ed incertezza, non si vota chi offre soluzioni concrete ma chi comunica sicurezza, carisma, offrendo altresì una sorta di teleologia della speranza (che è poi uno dei punti di forza di Berlusconi). Altrimenti non ci spiegheremmo perché gli operai votino la Lega e non più i partiti di estrema sinistra.

La scelta della linea Bersani-D’Alema di organizzare un PD della concretezza è perdente: un partito pragmatico che non faccia “sognare” i suoi elettori e che non sia”carismatico”, pur portatore di solide proposte, non riscuote consensi in età storiche caratterizzate dalla paura, dall’incertezza e dal declino dei vecchi paradigmi. Sarebbe stato meglio che a guidare il PD fosse rimasto Veltroni che almeno incarnava uno stile di vita, un modello di pensiero e una visione socio-culturale. Così come in casa democratica qualcuno dovrebbe far tesoro dei consigli di Romano Prodi.  D’Alema dice che è stato un errore rinunciare a un partito classista e welfare-oriented. E’ sulla cattiva strada. Per una nuova mutazione antropologica dell’elettore medio dobbiamo aspettare almeno 10 anni. I leader non si cambiano come pannolini. Lega e PDL lo hanno sempre saputo. Il PD sembra, invece, la reincarnazione della balena bianca scudocrociata: le correnti partitiche, segno di una sana fisiologia politica, non devono arrivare a produrre periodici uragani al vertice. Devono essere come una brezza e non come una bora.

 

Tra i due litiganti il terzo potrebbe godere se almeno esistesse. Da anni si parla di declino del bipolarismo in nome della terza via. Ma dove sia la terza via e soprattutto se realmente entusiasmi gli italiani, è difficile dirlo. L’Udc non sembra in grado da solo di diventare un vero e proprio terzo polo: la filosofia della moderazione e del centrismo sembra più deprimere che persuadere gli elettori. L’eventuale discesa in campo di Montezemolo aprirebbe nuovi scenari se si sommasse a un nuovo futuribile gruppo finiano, alla crescita dell’Api rutelliana e all’appoggio di Casini. Ma, per ora,tertium non datur.

 

Franco Forchetti

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