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Il ritorno dei partiti leviatano

15 giugno 2010

Il

“Nessun grande paese libero è stato senza di essi (i partiti, ndr). Nessuno ha mostrato come un governo rappresentativo possa operare senza di esse. Essi creano l’ordine dal caos di una moltitudine di elettori” (Bryce J., Modern Democracies).

Nell’ultima puntata dell’Infedele di Gad Lerner si è parlato dicharisma politico, di leadership e delle tentazioni plebiscitarie di Silvio Berlusconi. Mentre Alberoni evocava una forma carismatica mediata dalla telecrazia nella quale il Cavaliere chiama costantemente a raccolta il suo popolo al fine di mantenere intatto il livello di gradimento, il direttore scientifico della fondazione Fare Futuro, Alessandro Campi, argomentava che il problema non è tanto Berlusconi – e la sua tentazione plebiscitaria – quanto la deriva di un sistema politico che schiera nelle liste non già veri attivisti ma soubrettes e uomini di spettacolo. Nihil sub sole novi.

Da Tangentopoli ad oggi, eclissatesi le grandi formazioni politiche di matrice ideologica, la fedeltà dell’elettore medio è divenuta una fedeltà leggera: il cittadino tende a non votare più per condizionamenti ideologici ma per una serie di valutazioni di opportunità e di seduzione elettorale. Il partito leggero, la telecrazia, la fedeltà leggera dell’elettore, la consacrazione del marketing politico: dal partito-leviatano che dettava l’agenda delle opinioni alla centralità dell’elettore che, in base ai suoi orientamenti, detta l’agenda ai partiti leggeri.

Non credo che si tratti di un processo irreversibile poiché l’elettore tornerà alla fedeltà pesante. Non so per nemesi della storia o per la teoria vichiana dei corsi e dei ricorsi storici, avremo ancora una nuova stagione dei partiti pesanti. Non ho mai creduto a certo storicismo idealistico che vede nel mutamento della fenomenologia politica una sorta di compimento della Libertà e della Democrazia come se la storia andasse sempre da un alpha peggiore ad unomega migliore. Sono rassegnato, invece, all’idea che l’eterno ritorno nicciano ci riconsegnerà, mutatis mutandis, cose già viste e già esperite.

La democrazia italiana, anemica e avvelenata dai postumi di Tangentopoli, assuefatta in modo indolente alla corruttela, assisterà alla lenta eclissi dei suoi modelli leaderistici e maggioritari (sia a destra che a sinistra) per riscoprire l’importanza del partito come mediatore e come organizzatore del caos. Contro ogni luogo comune dei benpensanti, non mi auguro affatto che Berlusconi scompaia dalla scena politica ma che, pur non avendo più ruoli di primo piano in un futuro più o meno prossimo, continui a governare in modo carismatico un movimento berlusconista, così come mi auguro che altri leader carismatici dell’opposizione lascino il segno e fondino movimenti coerenti con il pensiero dei padri fondatori. In altri termini cerchiamo in futuro di prendere il meglio delle esperienze di Berlusconi, Prodi, Veltroni, Bossi, Fini e Di Pietro, sperando che la loro leadership si spogli di caratteri personalistici e divenga movimento, partito coerente con i padri fondatori seppure plurimo e pluralista. Se così non fosse, vorrebbe dire che dal 1994 in poi abbiamo solo praticato un usa e getta di leader politici, buoni a intercettare il voto ondivago della nazione.Meno personalismi e meno leaderismi in favore di nuovi organismi politici che a quei leader si richiamino pur rinnovandosi nelle forme e negli esponenti.

Non è che i fenomeni politici si possano governare a tavolino o dal pulpito delle accademie. Ciononostante mi auguro che ci si torni ad annoiare in questo paese: quella sana noia che sembrava avviluppare il paese Italia in certe fasi della sua storia quando la politica faceva poco spettacolo e parlava di convergenze parallele, quando i partiti metabolizzavano e digerivano tutto e il contrario di tutto, coincidentia oppositorum, eliminando scorie e distribuendo ricchezza e opportunità a papaveri e papere.Beato quel paese che non ha bisogno di leader. Tornino i partiti leviatano. Ebbene sì: mi dichiaro un reazionario alla De Maistre.

Franco Forchetti

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