Gennaio 2011

Pare che il termine “ameno” possa ricondursi, tra le varie ipotesi etimologiche, al greco “ameinon” che significa “il migliore”. Cosicché il fatto che il ministro Gelmini legasse il termine “amenità” alle facoltà di scienze della comunicazione, colpevoli, secondo il ministro, di sfornare disoccupati, potrebbe essere un segno dell’eterogenesi dei fini. Non sempre i migliori vengono riconosciuti come tali e non sempre i mala tempora premiano i saperi più aperti come quelli che i corsi di scienze della comunicazione sono in grado di generare (almeno negli studenti più eccelsi). Direi anzi che i tempi sono così oscuri che oggi un saldatore o un tornitore specializzati (senza nulla togliere a tali indispensabili professionalità) vengono pagati molto di più di un brillante laureato.

Si va all’università anche per divenire “tedofori” (e non gelosi e fanatici depositari) di un sapere che non necessariamente deve diventare una “techne”. “Sophia” non è “techne”. Vuol dire che la nostra conoscenza non deve necessariamente servirci per lavorare o per trovare un lavoro. Se così fosse, i corsi di laurea dovrebbero legarsi, come la vecchia scala mobile, all’evoluzione dei lavori: il che li trasformerebbe in saperi “ad usum delphini”, strumentali e transeunti.
Entrando nello specifico della polemica, a me sembra che, come confermano alcuni studi, i primi laureati in scienze della comunicazione (nei primi due cicli quinquennali) sono stati letteralmente fagocitati dal mondo del lavoro. Come è accaduto a quasi tutti i corsi di laurea che vanno di moda, anche Scienze della comunicazione (al pari di Giurisprudenza all’indomani di Tangentopoli) ha conosciuto un boom di iscrizioni che, unitamente alla progressiva scarsità di offerte di lavoro, ha determinato un’inflazione del titolo. Ma non credo che i laureati in Economia (se se si eccettuano quelli della Bocconi, della Luiss o di altri atenei prestigiosi che godono di maggiore attenzione da parte delle imprese) se la passino meglio se è vero che molti di loro sono costretti a riciclarsi nei centri commerciali con mansioni inferiori al loro titolo di studio.

Quando frequentavo filosofia, negli anni 90, sentivo ripetermi ossessivamente la domanda “Ma che ci fai con la laurea in filosofia?” e venivo visto come un folle che disinvestiva sul suo futuro. Naturalmente a tale domanda si poteva rispondere in molti modi. Umberto Eco suggeriva di rispondere che serviva a trasformare la morte in un fatto professionale. Io, molto più umilmente, argomentavo che, quando si è laureati in filosofia, si possono affrontare a cena venerande discussioni sulla vita e sulla morte senza timore che qualcuno ci dica: “Ma con quali titoli ne parli?”.

Battute a parte, il corso di scienze della comunicazione paga lo scotto di essere un corso di laurea che coniuga discipline umanistiche, scienze economiche e scienze sociali poiché la vecchia e logora cultura italiana mal digerisce approcci interdisciplinari e visioni olistiche. Si continua a credere erroneamente che la vera laurea sia solo quella che fornisce metodologie e discipline che non debordino da un perimetro ben delimitato dello scibile: tutti coloro che perseguono un sapere multipolare sono visti come dei bighelloni del sapere la cui curiosità viene interpretata malevolmente come pressapochismo metodologico.

Un conto è dire che alcuni corsi di laurea vanno ripensati o resi più funzionali alle prospettive occupazionali e un conto è definirli “amenità”. Il punto è che, in quest’ultimo caso, non si mettono in discussione gli studenti che li scelgono ma i maggiorenti governativi che li hanno creati e i professori che quotidianamente vi insegnano. E’ una questione di bon ton istituzionale. E’ una questione di Politica con la “p” maiuscola nella quale la forma è, talvolta, sostanza.

Franco Forchetti

 

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