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Politica 2010. Il dèja vu e il futuro che non c’è

18 marzo 2010

Le ultime elezioni amministrative decretano la vittoria del centro-destra. Mentre il PDL perde punti, la Lega cresce rispetto ai dati precedenti. E’ indubbio che la campagna elettorale berlusconiana, pur essendo costruita sul vecchio schema della “scelta di campo”, contribuisce ad evitare una flessione che le polemiche degli ultimi mesi e i disguidi delle liste rischiavano di rendere più cospicua. Suscita stupore il successo leghista, ma non si dimentichi che la Lega è il partito più antico che c’è: unico vero partito che non ha cambiato nome e struttura negli anni e che ha mostrato di non avere bisogno della tv nazionale per crescere nei consensi. Se si fa una campagna mirata ad arginare il fenomeno dell’immigrazione, a tutelare le piccole e medie imprese del nord contro le teorie mercatistiche e globalizzanti (in perfetta sintonia con il pensiero tremontiano), a difendere la Croce contro chi la vuole fuori dalle scuole, ad evocare identità socio-culturali forti in tempi di pensiero debole e relativismi culturali, allora si capisce perché la Lega continua a radicarsi, sfondando anche nel centro-italia, in quell’area che il politologo Miglio definiva, nel suo progetto di federalismo, “Etruria”.

Il Partito Democratico non perde percentualmente rispetto ai dati precedenti, ma si arrende in Piemonte dove era dato per vincente e crolla in Calabria. Paga lo scotto della leadership assai poco carismatica di un Bersani che non convince nemmeno nella sua Piacenza. Nello scenario di resa del PD brilla solo la vittoria di Vendola che, guarda caso, è molto lontano dalle posizioni di Bersani e di D’Alema. Sarebbe opportuno che il PD smettesse di cambiare leader a ogni piè sospinto: se Veltroni fosse rimasto in sella e non fosse stato costretto ad abdicare a causa delle pressioni endogene, è probabile che la proposta alternativa del PD sarebbe stata più credibile. E’ innegabile che Veltroni rappresentasse l’anima più credibile e più vincente del PD, se non altro per esserne stato l’ispiratore storico negli anni ’90. Consegnare il partito a un Bersani che appare più come un bravo e pragmatico amministratore che come un capo carismatico in grado di costruire una seducente proposta di governo, ha rappresentato più l’esito della notte dei lunghi coltelli dalemiana che il risultato di una strategia di costruzione del consenso.

Inizia la lunga traversata nel deserto del PD che non ha, per i prossimi tre anni, scadenze elettorali decisive. E se il potere logora chi non ce l’ha, il rischio è quello di un’entropia inesorabile che potrebbe polverizzare il partito democratico.

Berlusconi è, invece, chiamato a realizzare le grandi riforme: dal fisco alla giustizia alla forma dello stato. Nonché a combattere lo spettro della disoccupazione. Con Fini, alleato scontento e difensore implacabile dei diritti del Parlamento, e con una Lega che evoca nuovamente il progetto della Padania indipendente, non è detto che la grande annunciata stagione delle riforme sarà un triennio indolore.

Franco Forchetti

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