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Massimiliano Panarari e i protocolli degli insipienti di medialandia

Giovedì 31 marzo 2011

 

Ci sono libri che non vogliono essere libri di mediazione o di comprensione tout court. Appartengono al genere venerando del pamphlet e del libro a tesi che possiedono, sovente, quel pathos intellettuale e quel climax retorico che sono colonne portanti della panflettistica “dura e pura”. D’altronde lo stesso autore, Massimiliano Panarari, non fa mistero del fatto che il suo sia un libro “contro”: una condanna senza attenuanti di quell’élite di creativi e di persuasori occulti (e nemmeno tanto occulti) che, applicando alla lettera la teoria gramsciana dell’egemonia culturale e andando in senso opposto ai desideri di situazionisti e di postnicciani, pur padroneggiandone le tecniche, ha creato e consolidato quella che Panarari chiama “egemonia sottoculturale”, la sovrastruttura spirituale che plasma, in un processo marxiano capovolto, le condizioni materiali dell’etere. Un vero e proprio anatema che si ipostatizza in un saggio godibilissimo e avvincente che, ben lontano dall’essere consolatorio, insinua nel lettore (anche nel suolector modello e cooperativo) un ineluttabilehorror vacui dinanzi alla descrizione di una società destrutturata e lobotomizzata dai signori dell’egemonia sottoculturale.

Dall’abate Barruel al situazionismo

Il libro di Panarari ha la stessa forza intellettuale del libro dell’abate Barruel che aveva scritto le Mémoires pour servir à l’histoire du jacobinisme: se l’abate riteneva che all’origine della Rivoluzione francese vi fosse un complotto tra filosofi illuministi, massoni e giacobini, Panarari delinea il golpe sottoculturale che affonda le radici nella filosofia situazionista e che annovera, in un esito da contrappasso dantesco, gli epigoni della “cattiva maestra televisione”. Siamo in presenza del genere di libro che sconvolge sia il lettore debole (a cui offre la sua tesi forte) sia il lettore forte (da cui esige una revisione critica). Non si può rimanere indifferenti dinanzi all’ipotesi forte di un’intera classe di creativi e intellettuali che, piegando ad usum delphini logiche e strumenti dei situazionisti, hanno tracciato le linee di un condizionamento sottoculturale. Come scrive lo stesso autore, “questa è la storia dell’ideologia neoliberale che, dall’inizio degli anni Ottanta del secolo passato, domina sostanzialmente incontrastata l’Occidente, soprattutto attraverso il suo braccio armato economico: il fondamentalismo di mercato o neoliberismo” (Massimiliano Panarari, L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip, Einaudi, Torino, 2010, p. 5). Tale ideologia neoliberale ha trovato i propri cantori (più o meno illustri) che hanno realizzato “il colpo di stato perfetto, soft e postmoderno, che, colmo dei paradossi, ha reso operative le dottrine di un gruppo di giovani, irregolarissimi e sciamannati intellettuali parigini, raccolti intorno all’Internazionale situazionista, i quali (…), nei lontani anni Sessanta, teorizzavano la rivoluzione e l’insurrezione” da attuarsi mediante “una penetrazione silenziosa ed entrista – ispirata, non a caso, a Trotsky – nei mezzi di comunicazione e di produzione culturale di massa” per condurre a termine una vera e propria strisciante rivoluzione culturale (Ibidem, p. 4).

 

L’egemonia culturale e la sottoegemonia culturale

L’egemonia culturale della sinistra non divenne mai una “contro egemonia popolare capace di scalzare quella in essere, al servizio delle élitesdominanti e del capitalismo”. Cosicché ciò ha favorito la vittoria degli “Altri”, dei nuovi sacerdoti del disimpegno e del libero mercato che hanno realizzato una egemonia sulla “filosofia popolare” (Ibidem, p. 19): costoro hanno dato inizio, negli anni Ottanta, alla lunga stagione (ancora in corso) del riflusso e del disimpegno, allorché in Italia, in modo estemporaneo e brusco, dalla panpoliticizzazione (ovvero dalla contaminazione da parte del discorso politico di ogni aspetto della vita quotidiana e intellettuale) si transitò verso un modello edonistico-disimpegnato che rifiutò, quasi per rigetto, l’approccio culturale. Ed ebbe inizio ciò che Panarari definisce come la “controrivoluzione televisiva” nella quale la tv, più che produrre qualcosa di nuovo, “rassicura e consola”, avverando la profezia popperiana della tv cattiva maestra, compiendo la mutazione antropologica, teorizzata da Pasolini, capace di omologare e depauperare la realtà sociale del paese e ponendo in essere le previsioni dei francofortesi. La tv diviene, secondo Panarari, il luogo del postmoderno più deleterio nel quale un medesimo dna accomuna elementi apparentemente eterogenei: dal labile solipsismo dell’uomo postmoderno messo in scena da Drive in all’anarchismo libertario teorizzato da Nozick, dalla rivoluzione conservatrice di Reagan al craxismo come apertura (anti-intellettualistica) verso la tv commerciale in nome del primato della libertà e della società civile all’individualismo metodologico statunitense che trova uno dei propri profeti in quel Frierich von Hayek avversario del keynesismo.

Il merito del saggio di Panarari non è tanto quello di offrirci sapidi, impietosi e inquietanti ritratti dei post-situazionisti (talora inconsapevoli) dell’egemonia sottoculturale (dall’intellettuale organico del nazionalgossip Alfonso Signorini al situazionista “proditorio” Antonio Ricci, dalla De Filippi a Simona Ventura) quanto quello di tracciare le linee di convergenza tra fenomeni politici, mediali e di costume che delineano, più che delle direzioni storiche, delle linee di tendenza. Proprio l’onda lunga che ci conduce dai situazionisti parigini ai guru della neotelevisione postmoderna, attraverso l’iperfetazione ideologica degli anni Settanta e il disimpegno degli anni Ottanta, passando attraverso modelli socio-economici in evoluzione verso forme neoliberistiche e solipsistiche, costituisce il vero centro del saggio, l’energia ctonia che, attraverso i decenni, ha reso possibili sia la decerebralizzazione delle masse sia le grandi crisi economico-finanziare. Tanto forte è la tesi di Panarari che si potrebbe pensare che il nostro autore coltivi il sospetto – mai dichiarato a chiare lettere – che vi sia una sorta di Spectre che guida le sorti di politica, società e cultura, una Agartha sotterranea dove si decide il destino dell’universo mondo (compreso l’universo parallelo dei media). L’impressione è che Panarari scriva una specie diProtocolli degli insipienti di Medialandia, una postmoderna rivisitazione delle memorie dell’abate Barruel che punta l’indice contro un complotto diuturno nel quale un filo rosso lega le multinazionali, vituperate dai movimenti operaisti degli anni 60, alle fabbriche contemporanee dell’industria culturale.

Il paragone con il libro dell’Abate Barruel non è casuale. Non perché Panarari creda davvero che la contemporaneità mediale sia il frutto di un complotto ultradecennale ordito da capitalisti e sacerdoti dell’etere: l’autore è intellettuale fin troppo raffinato per poter far propria una tesi così arditamente “cospirazionista”. Panarari vuole, invece, combattere, con un libro divertente ma “duro”, ludico ma spietato, un sistema socio-medial-culturale, insinuando nel lettore – senza, però, dirlo apertis verbis – il sospetto di essere all’interno di un “complotto” silenzioso. In fondo è una tecnica situazionista che Panarari utilizza sfruttando, paradossalmente, quell’attitudine tipicamente contemporanea, già diagnostica da Eco nei Limiti dell’interpretazione, posta in essere dagli “adepti del velame” pronti a individuare complotti (o a inventarne di sana pianta) ad ogni latitudine e in ogni tempo . Cavalcando perciò quell’irrazionalismo della cultura di destra, da Panarari ricondotta anche all’editoria adelphiana (“santa sacntorum del trasgressivo irrazionalismo da combattimento e della ‘gaia apocalisse’), l’autore  gioca con l’ago ipodermico per far credere che si è dentro una macchinazione da Spectre. In questo senso il libro è, al contempo, diagnosi e cura, tecnica di lettura della contemporaneità e tecnica di lotta, saggio documentato e serrato ma anche pamphlet malizioso.

 

Umberto Eco e l’egemonia culturale di sinistra

 

Del resto quella che l’autore muove è un’accusa di vero e proprio parricidio: la tv ha ucciso la cultura alta. Fino al parossismo per cui una qualsiasi show girl è preferita come opinionista a un filosofo. E l’ha uccisa anche perché cultura alta e cultura popolare si sono sempre più confuse. Del resto molti intellettuali italiani avevano già sdoganato la cultura popolare, dichiarando che la cultura di un paese è fatta di tante cose, compreso le trasmissioni televisive. Se tutto è cultura, allora finisce che la cultura alta è condannata a divenire un luogo tedioso e poco frequentato. Ma, in questo caso, Panarari dovrebbe accusare non soltanto la “pop culture” di destra ma anche quell’intellighenzia di sinistra che, celebrando il feuilleton, il romanzo d’appendice, la fiction e i fumetti, ha costruito un modello allargato di enciclopedia culturale. Più che di parricidio si dovrebbe parlare di suicidio della cultura alta che, proprio nel tentativo di autoriformarsi o svecchiarsi, ha  aperto le porte ai barbari della neotelevisione postmoderna. D’altronde Umberto Eco scrive che “quella che oggi viene sbrigativamente chiamata cultura di sinistra era in verità una cultura laica, liberale, azionista, persino crociana” (Umberto Eco, A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Milano, Bompiani, 2006-07, p. 162) e che nell’università erano cattolici e laici a spartirsi i concorsi. Che poi la cultura laica e di sinistra godesse di maggiore diffusione presso le giovani generazioni, era semmai capacità di fascinazione. Se, in ambito cattolico, la filosofia si dibatteva, un po’ stancamente, tra neotomisti e spiritualisti di origine gentiliana, la filosofia laica pasteggiava Marx, i neopositivisti logici, Heidegger, Sartre, Wittgenstein (e questi testi li leggevano anche i cattolici). Ed è indubbio che “questa cultura laica (…) ha certamente stabilito una egemonia e ha sedotto insegnanti e studenti. E quando egemonie del genere si stabiliscono, non si distruggono a suon di decreti” (Ibidem, p. 163).  Del resto – continua Eco – il partito comunista aveva più fiducia della Dc nel progetto della battaglia culturale. Cosicché i rappresentanti di questo pensiero critico di sinistra hanno meglio interpretato lo spirito del tempo occupando i posti chiave dell’editoria, della cultura e dellaRai.
Il semiologo alessandrino demolisce il luogo comune che vorrebbe il mondo culturale dominato dalla cultura di sinistra e individua il vero “spirito dei tempi”:

Se l’egemonia culturale si valutasse a peso, avrei l’impressione che la cultura dominante sia mistica, tradizionalista, neospiritualista, new age, revisionista. Mi pare che la televisione di stato dedichi molto più spazio al Papa che a Giordano Bruno, a Fatima che a Marzabotto, a Padre Pio che a Rosa Luxembug. Nei mass-media circolano ormai più templari che partigiani (Ibidem, p. 165).

 

L’irrazionalismo di moda

 

Quell’irrazionalismo, serpeggiante nell’allora ghettizzata cultura di destra, di cui scrive Panarari, è ora divenuto irrazionalismo di moda, culto della dietrologia esoterica, fascino seriale dell’occulto, fabbrica televisiva di programmi su misteri veri e presunti. L’egemonia sottoculturale prende le forme dell’egemonia pseudo-culturale, dell’irrazionalismo modaiolo che le nuove élites intellettuali usano per confezionare prodotti culturali di fascinazione sul pubblico degli “adepti del velame” (dai libri sul mito di Atlantide ai programmi sulle profezie Maja), divenendo i segni dell’avvento di un pensiero credulo, tutt’altro che critico.

E’ che dagli anni 60 ad oggi alla cultura del libro (inteso come pratica propria dei giovani di formarsi su una biblioteca di testi critici) si è sostituita una cultura dell’immagine televisiva e del sapere “pressappochistico” e frammentario deinew media (qualsiasi indagine sociologica mostrerebbe che un giovane di 20 anni negli anni 70 aveva letto più libri di saggistica (e probabilmente non solo di saggistica) di quanti ne abbia letti un suo coetaneo nel 2010). Il declino della biblioteca (non tanto come istituzione quanto come insieme dei libri che plasmano il rito di formazione di un individuo), a vantaggio di una babelica, frammentaria e debole infoteca tele-internettiana, spiega come l’egemonia sottoculturale abbia potuto agire con maggiore forza.

Ma il libro di Panarari non si fonda solo su unapars destruens. Vi è anche un orizzonte di speranza che prelude ad una exit strategyculturale. In realtà Panarari è così inquietato dal regime ircocervo dell’egemonia sottoculturale da provare a  immaginare campi di resistenza e azioni di sabotaggio culturale.  Panarari non sembra confidare nelle forze della storia che, pur sembrando sopite, si manifestano, improvvisamente, per mutare scenari e condizioni che apparivano cristallizzati. Tanto che il suo libro si chiude con una sorta di appello alla “resistenza” intellettuale, una chiamata alle “armi” (armi culturali beninteso) per chiunque non si riconosca nel regime ircocervo.
Io credo, invece, che la fine della storia, teorizzata da Fukuyama, non era che “un nuovo inizio”, un apparente stallo geopolitico pronto a deflagrare in nuovi eventi e linee di sviluppo. Senza cadere in un neostoricismo hegeliano e senza voler confidare nel trionfo finale di uno Spirito più “culturale” e che “sottoculturale”, le variabili demografiche, socio-economiche e culturali sono così ampie ed effervescenti da annunciare nuove linee di fuga, deterritorializzazoini deleuziane capaci di generare nuove semiotiche della realtà. La primavera araba costituisce un esempio di come le nuove generazioni mussulmane, ben lontane dall’essere legate ad un Islam oscurantista e tutt’altro che narcotizzate dalla cultura digitale, hanno saputo resistere all’omologazione culturale, ponendo in essere forme di resistenza al potere (reale e mediale).

E’ necessario, secondo Panarari, rileggere la figura dell’intellettuale come un neo-resistente culturale in grado di andarsi a riprendere gli spazi del dibattito culturale, contaminando coloro che lo ascoltano e lo seguono. Ed è, altresì, ineluttabile far propria la lezione di Derrida che esortava, nel 1966, ad una pedagogia del difficile e del complesso secondo la quale i media non devono aver paura di formare il loro destinatario proponendogli sentieri ardui di conoscenza, senza cadere nella trappola della semplificazione del discorso e del depauperamento culturale. Del resto non è forse una lezione derridiana quella di un Benigni che incolla al video milioni di italiani recitando Dante e commentando a Sanremo l’inno di Mameli? L’educazione alla complessità rappresenta un viatico pedagogico irrinunciabile per formare quelle che Morin chiamava le “teste ben fatte”. E “una testa ben fatta” potrebbe aver voglia di guardarsi il Grande Fratello o l’Isola dei famosi per curiosità, per spirito ludico o, semplicemente, per sentirsi “stupido” almeno per qualche minuto, magari nelle pause pubblicitarie dell’Infedele di Lerner: del resto McLuhan aveva compreso che i media sono fruiti anche come “rumore” di fondo, come “terapia” sensoriale, senza necessariamente innescare il nostro desiderio di contenuti o formazione.

 

A che serve veramente il Grande Fratello?

 

Lo scrittore Luciano De Crescenzo, ad una giornalista che gli chiedeva un’opinione sul Grande Fratello, disse che una sua zia era rimasta sola perché i nipoti non andavano più a farle visita. Cosicché tale zia diceva di guardare con piacere il Grande Fratello perché i ragazzi del reality erano divenuti come i nipoti (virtuali) che lei non vedeva più. Il senso della storia è che la tv serve a molte cose, anche a rendere meno solitarie certe esistenze. Non è grave che ci sia unGrande Fratello se può rallegrare una vecchietta sola. E’ grave, invece, che sia il Tg5 a occuparsi del Grande Fratello oppure che Matrix vi costruisca una puntata: ciò è il segno di una proditoria contaminazione di generi che serve a fare audience ma che impedisce alle teste meno “ben fatte” di discernere saggiamente tra informazione e intrattenimento, generando il processo diseducativo. Nell’ancienne querelle tra apocalittici e integrati, il libro di Panarari ha i toni dell’apocalisse giovannea e gli aspri giudizi delle lettere paoline: si può dissentire, in alcuni punti, dal suo radicalismo ma è indubbio che i libri radicali sono necessari affinché anche gli integrati possano rivedere e correggere le loro posizioni.

Franco Forchetti

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