Trump, Putin e altri populisti
Il populismo

 Non ci sono più le offese di una volta. Breve storia di un’offesa nell’epoca del trionfo politico dei populismi

 

Mala tempora currunt. Non ci sono più le offese di una volta. Il lessico dell’insulto ha conosciuto l’ennesima rivoluzione. Fino a qualche anno fa, anche in tempo di riflusso e di post-ideologismo, si poteva lanciare verso chiunque la contumelia: “Sei un fascista”. Una simile frase, pronunciata durante il ventennio mussoliniano, non sarebbe suonata che come la presa d’atto dell’identità di una buona parte della nazione: se pronunciata da un antifascista o dissidente, sarebbe stata il preludio di un esilio o di una persecuzione. All’indomani dell’approvazione della Costituzione, in una temperie azionista e cattolica, nessuno (o quasi) era più fascista o almeno non si dichiarava tale: pronunciare il fatidico “sei un fascista!” in segno di disprezzo poteva apparire come un atto di smascheramento del nemico costituzionale, di caccia ai nostalgici del ventennio nascosti nella macchina dello Stato. Il ’68, gli anni di piombo hanno riportato in auge la dialettica destra-sinistra: i fascisti c’erano davvero. In carne ed ossa. Sparavano, tramavano e mettevano bombe. Come alcuni compagni comunisti. Erano giovani, ideologizzati, erano i nipoti dei repubblichini di Salò ma questa volta combattevano, alla stregua degli estremisti di sinistra, il potere delle multinazionali e naturalmente l’ideologia di sinistra. Un vero fascista degli anni Settanta, se veniva accusato di essere “tale”, non poteva che gioirne: diversa sorte capitava ai borghesi accusati di “fascismo”, loro così moderati e benpensanti venivano raggiunti dalla terribile contumelia, per non parlare del fascismo della società dei consumi, denunciato da Pasolini. Tutti potevano essere fascisti senza saperlo: anche quello che ti vendeva la lavatrice.

Il disimpegno e il fascismo

Poi sono arrivati gli anni ‘80, il disimpegno, Dallas: i fascisti non c’erano più o, se c’erano, erano nascosti nel bosco. La gloriosa contumelia era stata sostituita da un’altra contumelia: “edonista”. Che triste e paradossale sorte fu quella dell’ex attore cow boy Ronald Reagan che si vide affibbiare l’aggettivo “edonista” tanto da generare l’espressione cult “edonismo reaganiano”, lui che probabilmente non era nemmeno un vile epicureo o, più correttamente, un prosaico Trimalcione. Ma il fascismo eterno era destinato a reincarnarsi in un altro termine destinato a mutare da nome ad aggettivo: “democristiano”. Tutto ciò che puzzava di antico, oscuro, torbido era “democristiano”.

E infatti subire l’accusa di essere un “fascista” non dovrebbe procurare nessuna emozione se non fosse che destre fasciste riprendono vigore in Europa: e l’allora la questione non è solo nominalistica. Ma c’è una nuova contumelia che sembra non si possa negare a nessuno: la si può usare in ogni contesto al minimo sentore che l’avversario stia prevalendo con solidi argomenti. A quel punto niente di meglio che scagliargli contro l’ormai mitologica contumelia: “Lei è un populista”. La vittima dell’offesa non potrà che inorgoglirsi e magari replicare “Sono populista e me ne vanto!”. Senza scomodare storici e politologi e senza voler tracciare un dotto racconto del “populismo”, ci basti interrogarsi sul significato che attribuiamo alla parola.

Se populista è colui che semplicemente parla a nome del popolo, conviene chiedersi in nome di quale popolo parla: Il popolo ideologicamente a lui affine? Il popolo come collettività nazionale, etnicamente o culturalmente omogenea oppure il popolo costituzionalmente inteso come insieme dei titolari di diritti di cittadinanza? Il popolo democratico tout court? Il popolo come gruppo umano più critico e più consapevole della “massa” strumentalizzata dal dispositivo capitalistico? Il popolo come mero agglomerato di individui? Se il tipo in questione non lo specifica, potrebbe essere l’ennesimo impostore demagogo. Ma se populista è semplicemente colui che interpreta o dà voce alla (sondaggi alla mano) la volontà della maggioranza, allora il populista non sarebbe che un sincero democratico che si fa vox populi. Ma se populista è colui che dà voce a quella parte di elettorato che, pur non essendo maggioranza, coltiva sentimenti basici negativi (odio, rabbia, qualunquismo, ecc.), allora il populista spaccia per volontà della maggioranza ciò che è semplicemente un umore della minoranza.

Chi è il populista

Tuttavia, se il populista è colui che dà voce alla maggioranza dell’elettorato che coltiva i sentimenti basici negativi di cui sopra, allora il populista è in buona fede. Si potrò dissentire da lui ma non si potrà negare che il populista non mente sull’opinione dominante. Dopodiché se adottiamo una visione elitista della democrazia e diamo per scontato che gli umori del popolo sono sempre negativi se confrontati con i ragionamenti e la prudenza delle élites, allora il populista è chiunque si faccia forte degli umori della masse allorché questi siano contrari al bon ton democratico-elitista. Ma il populista è anche colui che, di fronte ad una sentenza della magistratura contro un politico, invoca il fatto che, mentre il politico è stato eletto e scelto dal popolo, un giudice ha semplicemente vinto un concorso: quindi l’essere eletti conferirebbe, a suo avviso, più credibilità del vincere un concorso. Tanto per semplificare potremmo avere i seguenti sensi del populismo: il 1) populismo come costante appello al popolo e agli istituti di democrazia diretta in antitesi alle dinamiche partitiche e parlamentari, 2) il populismo come ascolto dell’elettorato e del suo sentiment in antitesi all’elitismo, il populismo come nuova forma di demagogia 3) il populismo come categoria “ombrello” sotto la cui ombra porre fenomeni eterogenei (fascismi, nazifascismi, nazionalismi, ecc.), categoria usata strumentalmente dalla forze politiche anti-populiste. Un termine buono per tutte le stagioni, semanticamente complesso, che alcuni ostentano con fierezza e che altri aborrono. Un post di Luca Sofri (https://www.ilpost.it/2017/01/03/populismo-2) ripercorre con chiarezza la storia di questa parola e soprattutto chiarisce che in una democrazia la volontà popolare va rispettata (anche al di fuori del voto) a condizione che non ponga in discussione i valori fondanti della democrazia stessa e a condizione che il populismo non persegua scientemente una propaganda infarcita di fake news e di postverità. Ma, considerati i molteplici sensi del termine, il populismo diventa il luogo elettivo della postverità. Addirittura è diventato, insieme ad “elitismo”, una categoria per capire i nuovi scenari della postdemocrazia, dopo che è entrata in crisi la categoria destra/sinistra.

Lega e Movimento 5stelle sono populisti?

Le urne si sono chiuse da poco e i veri vincitori delle elezioni del 4 marzo sono stati due movimenti (partiti) accusati, a ragione o a torto, di “populismo”: il M5s e la Lega. I “populisti” sono al governo o quasi. Il 4 marzo ha segnato il trionfo di Lega e Movimento 5 stelle che vengono definiti, a ragione o a torto, dagli avversari politici, da molti commentatori e da una parte dei media come “populisti”. Naturalmente chi li etichetta come “populisti” potrebbe farlo con una certa dose di malafede o malevolenza a meno che, libri e prove alla mano, non abbia buoni motivi per definirli tali, more geometrico demonstrata. Se, dunque, qualcuno ci dirà che siamo “populisti”, “che nessuno si senta offeso” per dirla con De Gregori: chiediamogli solo in quale senso egli ci consideri populisti. Domandarsi sempre, rispettando la deontologia semiotica, il significato (tra i tanti) dell’offesa (o presunta tale) che ci viene rivolta, aiuta l’insultante a capire se è in buona o cattiva fede intellettuale e noi, oggetto della contumelia, a comprendere, eventualmente, se l’offesa non identifichi una parte del nostro pensiero (il populista che c’è in noi) o ne costituisca solo una semplificazione strumentale.

 

Franco Forchetti

 

 

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