I sondaggi e la loro attendibilità

 

“E non ci prendono con i sondaggi che non ci prendono con noi”.

La Lega di Matteo Salvini stravince nonostante i sondaggi. Sondaggi vs Abduzione

 

 

E non ci prendono i sondaggi

 

“E non ci prendono con i sondaggi che non ci prendono con noi”. Così cantava Ligabue in “Libera uscita”. Molti sondaggi sottostimavano la Lega nei giorni prima del voto, quotandola addirittura sotto il 30% e molti istituti demoscopici escludevano percentuali oltre il 33%, così come, a dar credito alla Meloni, tali polls sottostimavano anche Fratelli d’Italia, senza contare il fatto che i primi exit polls del 26 maggio sono stati smentiti dalla proiezioni (almeno sul boom leghista).  E’ che i sondaggi non dicono tutto e non ci prendono sempre perché, sovente, contano di più le classiche e fin troppo denigrate “impressioni” della piazza.

E mentre tutti riferivano di piazze piene al passaggio di Salvini, gli “egemoni culturali”, attivi sul mainstream dei vecchi media, e molti sondaggisti escludevano che ciò potesse essere il segno di un reale consenso. Dimenticavano, costoro, che furono “predittori di voto” anche le piazze riempite da Beppe Grillo, anch’egli vittima, in un tempo che ci appare ormai “giurassico”, della sottostima demoscopica. Forse si dovrebbe rispolverare la vecchia e cara “abduzione” di cui parlava il filosofo e semiologo Peirce (e che anche Sherlock Holmes usava). Detto in termini semplicistici, l’abduzione è un meccanismo di pensiero che si applica quando cerco di spiegarmi un caso eccezionale che non rientra in nessuna regola generale. Allora provo a immaginarmi che quello sia il caso di una regola che non ancora conosciamo (una legge che dobbiamo scoprire): in pratica quello che chiamiamo congettura o ipotesi. Molti diranno che questa è “demoscopia da bar dello sport” ma se, ogni tanto, si ascoltassero i discorsi nei vari bar dello sport della penisola, si potrebbero predire i trend senza bisogno di scomodare i sondaggisti.

 

Le ragioni della vittoria di Matteo Salvini

 

Se vediamo Salvini riempire una piazza fino all’inverosimile (magari in una città del Centro-italia o del Sud), potremmo congetturare che quello sia il caso di una regola generale e che, quindi, quel consenso dovrebbe essere spalmato intuitivamente anche altrove. Quindi ben vengano le percezioni, le sensazioni, le impressioni, a detrimento di complessi e autolimitantesi congegni predittivi.

Salvini riempie le piazze (e intercetta consenso) un po’ ovunque per ragioni che non sono esoteriche e che non necessitano di complicate indagini sociologiche. Salvini non esiste solo sui social dove peraltro la macchina di propaganda di Morisi funziona in modo eccezionale (l’hashtag #oggivotosalvini era trend topic fino a ieri) potenziate da un meccanismo virale per il quale simpatizzanti, militanti, amministratori e parlamentari leghisti condividono e ritwittano all’infinito i messaggi generati alla fonte dallo staff di Morisi. Salvini è l’unico (o tra i pochi impavidi) che coraggiosamente pratica l’antica arte del comizio, anche nei comuni più microscopici, non chiudendosi (come molti suoi avversari) in teatri e cinema. I parlamentari della Lega (e chi ha seguito davvero la campagna elettorale se ne è accorto) si sono spesi indefessamente per appoggiare candidati sindaci (anche quelli dei comuni con poche migliaia di abitanti), secondo un modello antico di propaganda elettorale: quartiere per quartiere, municipio per municipio, centimetro per centimetro (perché è, centimetro per centimetro, che si arriva alla vittoria, come insegnava il coach Al Pacino nel film “Ogni maledetta domenica”).

 

Il corpo di Matteo Salvini

 

Salvini offre il suo “corpo” di leader al suo elettorato potenziale perché, alla fine di ogni comizio, non fugge verso un altro comizio ma rimane a disposizione del suo pubblico per i selfie di rito (che naturalmente ciascuno condividerà sui suoi social innescando un marketing virale sul tipo “catena di Sant’Antonio”). Un corpo fisico, ubiquo che si sovrappone al corpo digitale del Salvini on-line. La Lega è riuscita a reclutare, negli ultimi mesi, parte della vecchia classe dirigente forzista, assimilando perciò i relativi bacini di voto. Ultimo, ma non ultimo: una campagna basata su messaggi pragmatici, semplici, concreti, anti-ciclici – declinati, come rileva la Ghisleri, in stilemi comunicativi simili a quelli del Berlusconi del 2001 – che evidentemente soddisfano i bisogni latenti e quelli espliciti della cittadinanza.

I sondaggi non smetteranno di esserci (e di essere utili) e tutti li usano in attesa dei dati reali. Ma non sono l’unica strategia epistemologica. Perché c’è un modo di conoscere il reale che è più qualitativo che quantitativo (ma si qui si aprirebbe un ampio dibattito).

Esiste anche quello che il filosofo americano Peirce chiamava “guessing istinct” (il fiuto o istinto di indovinare). Per fortuna.

 

Franco Forchetti

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