#VinceSalvini. Ragioni politologiche, comunicative e culturali della vittoria della Lega. Tag vincenti.

 

 

Non deve destare meraviglia l’exploit della Lega nelle elezioni del 26 maggio nonostante i sondaggi del pre-voto non ne avessero colto la portata. Persino i ballottaggi amministrativi del 9 giugno segnano la storica caduta della roccaforte rossa di Ferrara per mano della Lega, governata per 70 anni dal centrosinistra. Senza addentrarsi troppo in complesse analisi politologiche e sociologiche, le ragioni del consenso di Salvini e della Lega – che stanno ridelineando la geografia politica italiana – sono più che evidenti e possono essere distinte in ragioni politologiche, comunicative e culturali.

Salvini “politico puro”. Ragioni politologiche

 

La Lega di Salvini: destra, populismo o sovranismo?
La Lega di Salvini non interpreta, affatto, a nostro avviso, come sostengono alcuni studiosi (Passarelli e Tuorto), “l’estrema destra di governo” e, su questo punto, il politologo Tarchi, intervistato da Lerner nel suo programma “L’approdo”, ha precisato che un conto è il populismo e che un conto è la destra e che, secondo lui, la Lega non è “destra”. Ma ecco quello che lo stesso Tarchi ha dichiarato in merito in un’intervista su “Linkiesta”:

Non l’ho mai visto, e tuttora non lo vedo, come un politico di destra, né moderata (ovviamente) né estrema. È un leader populista, un agitatore-trascinatore di qualità, come lo è stato Beppe Grillo fino a quando ha voluto spendersi in prima persona. La chiave del suo successo futuro sta nella possibilità di puntare su temi trasversali e guadagnare ulteriori consensi sfondando definitivamente le paratie stagne della dicotomia sinistra/destra. Se si rinchiudesse in questa seconda area, ridurrebbe la sua presa potenziale sugli elettori. E quando si è definito populista, a Pontida, ha dimostrato di averlo capito
(Marco Tarchi, intervista a “Linkiesta”, 3 luglio 2018, https://www.linkiesta.it/it/article/2018/07/03/tarchi-salvini-non-e-di-destra-e-un-agitatore-populista-come-grillo/38655/)

Il politologo Alessandro Campi scrive invece che “quanto alla Lega è un partito di destra nazional-populista come ce ne sono ormai tanti nei diversi Paesi europei, pur con sfumature e particolarità nazionali da non trascurare” (A. Campi, “L’Italia che si compiace del proprio isolamento internazionale, 8 giugno 2019, fonte:http://www.istitutodipolitica.it/litalia-che-si-compiace-del-proprio-isolamento internazionale/).

Al di là del dibattito se la Lega sia un movimento di destra, sovranista o semplicemente populista, si osservi che essa non fa altro che declinare, nello stile pop e social di Salvini, i vecchi temi della Lega di Bossi: autonomismo, riduzione della pressione fiscale, pragmatismo amministrativo, lotta agli eurocrati. Con due novità: “Roma Ladrona” è diventata l’Europa, applicando la dicotomia di Schmitt “amico-nemico”. Non esiste più la Padania, ma la difesa degli italiani. La svolta nazionalista di Salvini, sulle orme del Rassemblement della Le Pen, è nel segno del conservatorismo di massa, per dirla con un’espressione di Alessandro Campi. Senza dimenticare la sottile fascinazione che il tema dell’uscita dall’Euro esercita su una parte dell’elettorato visto che, a torto o a ragione, quest’ultimo accusa la moneta unica di essere una delle cause della crisi economica.
Tag vincenti: autonomismo “nazionalista”, flat tax, anti-euroburocrazia

 

Salvini trend-topic. Ragioni comunicative

Salvini riempie le piazze (e intercetta consenso) un po’ ovunque per ragioni che non sono così esoteriche e che non necessitano di complicate indagini sociologiche. Salvini non esiste solo sui social dove peraltro la macchina di propaganda di Morisi funziona in modo eccezionale (l’hashtag #oggivotosalvini era trend topic fino al giorno del voto) potenziate da un meccanismo virale per il quale simpatizzanti, militanti, amministratori e parlamentari leghisti condividono e ritwittano all’infinito i messaggi generati alla fonte dallo staff di Morisi.
Salvini è l’unico (o tra i pochi impavidi) che coraggiosamente pratica l’antica arte del comizio, anche nei comuni più microscopici, non chiudendosi (come molti suoi avversari) in teatri e cinema. I parlamentari della Lega (e chi ha seguito davvero la campagna elettorale se ne è accorto) si sono spesi indefessamente per appoggiare candidati sindaci (anche quelli dei comuni con poche migliaia di abitanti), secondo un modello antico di propaganda elettorale: quartiere per quartiere, municipio per municipio. Del resto la Lega, oltre ad essere il partito più antico d’Italia, è l’unico forse che apre ancora sezioni e che crede ancora nel radicamento territoriale, se è vero, come nota Alessando Campi, che la politica virtuale non può bastare e che i nuovi leader avranno bisogno di partiti veri (A. Campi, La politica virtuale/ I nuovi leader non s’illudano: hanno bisogno di partiti veri, “Il Messaggero”, 30 gennaio 2019)

Il “corpo” di Matteo Salvini

 

Salvini offre il suo “corpo” di leader al suo elettorato potenziale perché, alla fine di ogni comizio, non fugge verso un altro comizio ma rimane a disposizione del suo pubblico per i selfie di rito (che naturalmente ciascuno condividerà sui suoi social innescando un marketing virale sul tipo “catena di Sant’Antonio”). Un corpo fisico, ubiquo che si sovrappone al corpo digitale del Salvini on-line. La Lega è riuscita a reclutare, negli ultimi mesi, parte della vecchia classe dirigente forzista, assimilando perciò i relativi bacini di voto. Ultimo, ma non ultimo fattore vincente: una campagna basata su messaggi pragmatici, semplici, concreti, anti-ciclici – declinati, come rileva la sondaggista Alessandra Ghisleri, in stilemi comunicativi simili a quelli del Berlusconi del 2001 – che evidentemente soddisfano i bisogni latenti e quelli espliciti della cittadinanza.

Tag vincenti: social media marketing top-down e viral marketing; corpo fisico (comizio); corpo digitale (tweet); strategia pop; capacità di presidiare il territorio (reale) e quello digitale.

 

Salvini e i cattolici. Ragioni culturali

Salvini interpreta in modo pop la triade “Dio-Patria-Famiglia” con continui riferimenti alle radici giudaico-cristiane. Ostentare rosari e crocifissi è il segno di una leadership popolare che parla ad un popolo trasversale, cattolico in modo “debole”, che anela, però, ad una leadership forte e pragmatica, un Mr Wolf della politica che risolve problemi e che difende l’italianità, il cui corpo è offerto al suo pubblico in senso letterale, grazie al “bagno di folla” che Salvini cerca sempre. Benché Salvini non persegua mai il “superomismo” ma tenda a descriversi come un “ragazzo” qualsiasi, come un “peccatore” qualsiasi, fugando il pericolo di una deriva “napoleonica” della sua leadership (che fu il motivo dell’eclisse del consenso per Matteo Renzi). Ma non c’è ovviamente solo il cristianesimo identitario nella koinè culturale della Lega poiché agiscono altre influenze culturali che sono state descritte nel libro di Francesco Giubilei (I riferimenti culturali della Lega di Salvini, Historica Edizioni 2018) che non possiamo approfondire in questa sede.

Basti osservare però che il cattolicesimo politico di Salvini non è certo quello gesuitico-bergogliano ma è, per certi versi, simile al cattolicesimo forte, anti-islamico e identitario propugnato da Don Gianni Baget Bozzo molti anni fa (si rileggano le pagine di un libro di Baget Bozzo del 1980, L’Anticristo). E, permettetemi, una nota personale a riguardo: quando, molti anni fa, aprii il mio primo blog, Don Gianni mi scrisse un breve messaggio di incoraggiamento, segno di uno spirito dotato di grande intelletto e umiltà.
Malgrado sia vero che le leadership politiche sono labili e transeunti e che i cicli del consenso sono assai più brevi che nel passato, è innegabile che il 34% delle elezioni Europee non può costituire un risultato casuale ed estemporaneo ma rappresenta l’esito di una strategia politica e comunicativa di lungo termine che la Lega ha coltivato con pervicacia, innestando sul vecchio paradigma del partito territoriale un nuovo “moltiplicatore” di consensi: la strategia social. In questo caso “vecchio” e “nuovo” sono stati, più che antitetici, sinergici e vincenti.

Tag vincenti: cattolicesimo forte, radici giudaico-cristiane, neotemplarismo

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