Salvini, Pearl Harbor e l’ircocervo Renzi-Di Maio.

L’effetto sorpresa della comunicazione social e la strategia di lungo termine per la “rivergination”

 

Dalla spiaggia di Pescara un attacco stile Pearl Harbor. L’effetto sorpresa della comunicazione politica

L’attacco di Salvini alla Pearl Harbor di alleati e avversari è stato sferrato alle porte di Ferragosto, inaspettato, devastante, deflagrante. Impossibile pensare che non fosse premeditato, magari con l’occhio vigile e lungimirante di un Giorgetti, apparentemente silenzioso, ma, come ha notato Corrado Ocone, presente e influente. Ma se l’attacco finale, condotto dalle spiagge d’Italia, è stato presumibilmente congegnato con la stessa acribia dello stato maggiore giapponese, come credere che il duo Giorgetti-Salvini non avesse messo in conto che gli avversari avrebbero fatto di tutto per non andare subito al voto. Resta difficile da credere che davvero la Lega confidasse nel fatto che i suoi avversari politici (tra cui appunto i loro ex alleati pentastellati) avrebbero accettato di dar battaglia in campo aperto (cioè alle urne in ottobre) per essere sbaragliati – a dar retta ai sondaggi – in una specie di Waterloo volontaria o di incredibile suicidio di massa. Che non si sarebbe votato subito, lo sapevano da subito, il capitano e il sottosegretario. Un pensiero malizioso suggerisce che magari loro volevano che non si votasse subito. E, allora, a cosa serviva l’attacco agostano stile “Pearl Harbor”?

 

L’obiettivo vero di Salvini: spaccare il Pd. L’arte politica di indebolire l’avversario

Del resto, malgrado i sondaggi e le simulazioni di voto – tra cui lo scenario delineato da Quorum Youtrend – dessero il cdx vincente alle prossime elezioni politiche, nessuno poteva essere realisticamente certo della vittoria, anche perché il Pd di Zingaretti è dato in crescita e, all’appuntamento elettorale, avrebbe potuto essere il perno di un campo largo di forze, senza contare l’ineluttabile travaso di voti da un M5s in crisi verso il Pd. Salvini sapeva che la sua mossa avrebbe “stanato” Renzi costringendolo alla mossa estrema: rinnegare il suo ostracismo nei confronti del M5s, muovere le sue truppe parlamentari per cercare un accordo con Di Maio e dar vita ad un governo che allontani per ora lo spauracchio elettorale. Renzi non sembra ancora pronto con il suo partito (benché sia trapelato il nome della “cosa”), né i pentastellati hanno voglia di dilapidare, in un sol colpo, la robusta maggioranza parlamentare. Che prevalga la formula del governo elettorale, del governo di scopo o addirittura di quello di legislatura, non è affatto il nodo gordiano della questione. Il punto è che Salvini ha ottenuto ciò che realmente voleva: non il voto (non ci credeva nemmeno lui), ma la disintegrazione del progetto zingarettiano a causa dell’inevitabile scissione che si produrrà nel gruppo dirigente e in quello parlamentare: e non è casuale che Calenda abbia dichiarato “morto” il Pd. Resta da vedere se sarà una divisione traumatica o, come scrive Carlo Renda su Huffpost, una “separazione consensuale”.

 

L’ircocervo: verso un governo Renzi-Di Maio con Zingaretti leader spodestato? 

L’ircocervo è l’animale ibrido, come forse la nuova creatura politica di Renzi-Di Maio

 

 

Con un Pd diviso tra zingarettiani di segreteria senza controllo sui parlamentari e un Renzi che, pur guidando ancora parte dei deputati e dei senatori, deve ancora “pesare” il suo consenso elettorale potenziale, la mossa leghista ha lacerato la paziente e implacabile tela di Zingaretti, trascinando in crisi d’identità sia M5s e Renzi costretti ad un ircocervo governativo che difficilmente gli elettori comprenderanno. Come scrive Alessandro De Angelis, su Huffpost, la mossa di Renzi ha sortito l’effetto di far rinascere il centrodestra nella versione tradizionale che Salvini sembrava aver abiurato e che ora è costretto a riabilitare.  Che il possibile ircocervo governativo duri pochi mesi o addirittura concluda la legislatura, non è differenza significativa, perché esso rischia di essere percepito, comunque, come espressione di un establishment “trasformista” che potrebbe continuare a favorire Salvini nei sondaggi, anche nel lungo periodo.

Naturalmente il piano di Salvini non è privo di rischi: il suo consenso elettorale, ora altissimo, potrebbe sgonfiarsi (ed è questa la scommessa di Renzi); lo stesso Cavaliere – a cui Salvini vorrebbe riavvicinarsi se non altro per trovare sponde parlamentari – potrebbe essere tentato di appoggiare il nuovo governo per avere il tempo di rifondare un’area liberal-moderata che depotenzi il salvinismo, salva la possibilità di riesumare il centrodestra ancién regime e di cercare, anche nelle prossime settimane, di costituire un governo di cdx, magari con il supporto di qualche pentastellato in uscita (come ha lasciato intendere Salvini parlando di telefonate ricevute da molti “grillini”); oppure potrebbe  nascere un governo che duri fino al termine della legislatura e che troverebbe persino il placet di Zingaretti contrario a un governo elettorale di breve respiro.

 

Un nuovo “establishment” per la campagna elettorale permanente di Salvini? La comunicazione politica come “rivergination”

 

Il manifesto pubblicato da Salvini l’11 agosto. L’inizio forse della campagna elettorale permanente. Fonte immagine: account Facebook Salvini

 

 

La mossa di Renzi rischia di spaccare il Pd. Zingaretti voleva andare al voto. Fonte immagine: huffingtonpost.it

 

Qualcuno sostiene che Salvini non avrebbe dovuto mollare il governo Conte per non perdere appunto la leadership (effettiva) del paese ma il segretario leghista sapeva che, prima o poi, quel quasi 40% di consensi avrebbe subito una flessione implacabile poiché le lune di miele tra leader e popolo durano ormai poco. Tanto valeva mettersi in gioco subito, nel momento in cui la sua decisione avrebbe, difatti, innescato la crisi del Pd e aggravato quella dei 5s. Con la possibilità di continuare a fare campagna elettorale permanente da leader di opposizione anti-establishment, recuperando una “verginità” politica, come appunto se non avesse mai governato (è già on line un manifesto con lo slogan “Riprendiamoci la nostra Italia. Ci stai?”).

La crisi annunciata dalla spiaggia di Pescara, via diretta Facebook, appartiene, fuor di dubbio, alla nuova comunicazione politica, ma la strategia adombrata è tutt’altro che nuova: annunciare di voler votare ma non voler necessariamente vincere subito, costringere gli altri a scannarsi e a snaturarsi, far sì che il parlamento venga percepito dalla maggioranza degli elettori come il luogo del trasformismo e dell’antidemocrazia. A quel punto potrebbe essere gioco facile rivendicare appunto una nuova Repubblica con un leader più forte del parlamento.

Franco Forchetti

 

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