«Pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni […] ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch’essi uomini si avevan proposti.» (Vico, Scienza Nuova)

 

L’uomo che sfiduciò se stesso. La mossa di Salvini e le sue retromarce

Questo post segue quello del 12 agosto. Nel frattempo il discorso di Conte al Senato, del 21 agosto, le sue dimissioni e le trattative per la nascita di un nuovo governo (che sono in corso e che potrebbero portare anche al voto) hanno mutato gli aspetti tattici della nostra analisi politica del 12 agosto ma non quelli strategici. Abbiamo attribuito – erroneamente – a Salvini una lucidità di azione e di obiettivi che in realtà non vi è stata: dopo aver comunicato a Conte di volerlo sfiduciare, è stato spiazzato da Conte stesso che ha portato la crisi in parlamento, invece di dimettersi subito. Ecco che, invece di essere coerente con la sua volontà di rottura, Salvini è apparso incerto, sorpreso dalla piega che ha preso la crisi: possibilista su una ricucitura, ha addirittura ritirato la mozione di sfiducia, solo per far credere a voler rompere sono stati i 5s. Ha ragione Luigi di Gregorio che, sulle pagine degli Stati Generali, analizza gli errori di incoerenza di Salvini, ipotizzando che ciò potrebbe appannare la sua leadership politica, sia all’interno della Lega, che rispetto ad un elettorato che rischia di non comprendere le sue mosse contraddittorie. In queste ore (stiamo scrivendo intorno alle 15-16 del 22 agosto) sono in svolgimento le consultazioni elettorali.

 

Salvini e Giorgetti. Da Pearl Harbor al Vietnam parlamentare.

 

Dalla spiaggia di Pescara era partito un attacco stile Pearl Harbor. L’attacco di Salvini contro alleati e avversari era stato sferrato alle porte di Ferragosto, inaspettato, devastante, deflagrante. Dal Papeete di Milano marittima, passando per i lidi di Pescara, fin dentro il Palazzo, dove il sogno del voto si potrebbe infrangere contro la realtà della contromossa parlamentare. In nome dell’antisalvinismo, in un clima quasi di “liberazione nazionale”, pur di evitare le urne elettorali che potevano divenire (ma vedremo che sarebbe potuta andare diversamente) urne funerarie per Pd e 5s, ha preso forma l’ircocervo che non ti aspetti, benedetto – anzi fortissimamente voluto – perfino da Matteo Renzi. Impossibile pensare che l’attacco di Salvini non fosse premeditato e che Giorgetti non fosse stato d’accordo. In realtà non è ben chiaro se a spingere di più per la rottura ferragostana fossero stati i parlamentari leghisti e se Giorgetti fosse più scettico in merito al timing dell’operazione: ma non si può negare che il sottosegretario dava per ormai consunta la liaison con Di Maio e che, comunque, vagheggiasse da tempo la rottura traumatica.

 

Psicopolitica. Come decifrare la reale intenzione di Zingaretti

 

Ma se l’attacco finale, condotto dalle spiagge d’Italia, era stato presumibilmente in incubazione sin dal giorno successivo alle elezioni europee, come credere che il duo Giorgetti-Salvini non avesse messo in conto che gli avversari avrebbero fatto di tutto per non andare subito al voto. Resta difficile da immaginare che davvero la Lega confidasse nel fatto che i suoi avversari politici (tra cui appunto i loro ex alleati pentastellati) avrebbero accettato di dar battaglia in campo aperto (cioè alle urne in ottobre) per essere sbaragliati – a dar retta ai sondaggi ma, si sa, la campagna elettorale è una partita diversa – in una specie di Waterloo volontaria o di incredibile suicidio di massa. Che non si potesse tornare al voto, lo avevano messo in conto, il capitano e il sottosegretario. Probabilmente erano molto più fiduciosi nel fatto che Zingaretti avesse interesse a votare (per portare in parlamento i propri fedelissimi) e che riuscisse a controllare il partito di quanto non credessero nel reale potere di Renzi di mettersi di traverso sull’ipotesi del voto.

 

Aspettando Renzi?

 

Forse il vero errore è stato quello, paradossalmente, di non attendere, prima di rompere con il M5s, che Renzi organizzasse la sua nuova creatura politica: a quel punto, una volta certi che anche Renzi fosse pronto per il voto, avrebbero dovuto interrompere l’esperienza gialloverde. Ma era sensato rimanere in attesa di Renzi (ammesso che davvero l’ex premier avesse fatto nascere il suo “en marche”) con i sondaggi che ti danno quasi al 40%? Se non ora, quando? Un pensiero malizioso suggerisce che magari loro, pur immaginando che non si sarebbe votato subito, consideravano comunque utile un simile attacco alla “Pearl Harbor”? Anche mettendo in conto – come è avvenuto – che da Pearl Harbor sarebbero finiti nel Vietnam parlamentare e che si sarebbero potuti trovare di fronte ad un governo ircorcervo anti-Lega. 

 

The Game, La partita a scacchi tra Zingaretti e Renzi

Eppure il fallimento della Pearl Harbor salviniana sortisce un effetto che potrebbe favorirlo nel lungo termine. E’ ciò che Vico aveva intuito e che lo psicologo Wundt definiva “eterogenesi dei fini”: le azioni umane – comprese quelle di natura politica – possono condurre a fini diversi da quelli che perseguiva il soggetto protagonista dell’azione. Insomma si tratta degli effetti non previsti di una scelta. La decisione della direzione Pd di cercare un accordo con i 5s per un governo di legislatura, mettendo alcune condizioni che, seppure apparentemente generali, avranno l’effetto di annacquare l’identità del Movimento (e di commissariarlo su scelte precise) che pure detiene la maggioranza parlamentare. Nel futuro governo politico ircocervo il Pd potrebbe essere il driver (solo con il 18%) di una maggioranza dove saranno Zingaretti e co. a dettare le condizioni. Tanto per rimanere in tema di ambiguità, non si comprende perché Renzi, da principio protagonista dell’operazione blocca- Salvini, si chiami fuori dall’ircocervo politico, preannunciando che non ci saranno esponenti del giglio magico. Forse perché i 5s non potrebbero accettare una sua presenza esplicita in maggioranza? Oppure l’ex premier non vuole troppo “invischiarsi” con un governo che ha già messo in conto di “sfiduciare” non appena sarà pronto il suo partito (lo si capirà alla prossima Leopolda)? Come ha notato qualcuno, è impensabile che Renzi, pur non avendo suoi “nomi” al governo, rimanga alla finestra di questo esecutivo. E, soprattutto, che cosa significa l’ultima parte dell’Ordine del giorno approvato dal Pd il 21 agosto (che riproponiamo in corsivo e che può essere letto integralmente sul sito di Agi)?

Se tali condizioni troveranno nei prossimi giorni un riscontro basato sulla necessaria discontinuità e su un’ampia base parlamentare siamo disponibili ad assumerci la responsabilità di dar vita a un governo di svolta per la legislatura.
In caso contrario il Partito Democratico coinvolgerà le forze politiche disponibili a costruire un progetto di alternativa e rigenerazione dell’economia e della società italiana. Ci rivolgeremo alle energie più consapevoli della società, i giovani, le donne, movimenti, associazioni, la rete diffusa del civismo, dei sindaci e degli amministratori.

 

Ma siamo sicuri che a Zingaretti non convenga il voto?

Si vuol dire che il Pd si preparerà al voto con una nuova offerta politica, un campo largo, dove coesisteranno molteplici anime, comprese gli eventuali futuri partiti in incubazione (quello di Calenda e quello di Renzi, il cui presumibile nome “azione civile” sembra evocato dalle espressioni “rete diffusa del civismo, dei sindaci e degli amministratori”)?

Del resto, malgrado i sondaggi e le simulazioni di voto – tra cui lo scenario delineato da Quorum Youtrend – dessero il cdx vincente alle prossime elezioni politiche, nessuno poteva essere realisticamente certo della vittoria, anche perché il Pd di Zingaretti è dato in crescita e, all’appuntamento elettorale, avrebbe potuto essere il perno di un campo largo di forze, senza contare l’ineluttabile travaso di voti da un M5s in crisi verso il Pd. Come ha fatto intendere Calenda, contrario al futuribile governo Pd-5s, la sfida alle urne contro Salvini sarebbe stata più aperta di quanto non si creda. Altro che urne funerarie per gli avversari di Salvini. Con un Salvini che appare in appannamento e in crisi di leadership interna, uno Zingaretti in crescita nei sondaggi e con la polverizzazione del consenso per il Movimento, non era utopica l’ipotesi di un Pd al 28-30%, senza contare l’apporto di altre formazioni politiche. Anche sconfitto da Salvini, Zingaretti avrebbe retto da leader incontrastato un Pd notevolmente rigenerato rispetto alle elezioni del 2018. Del resto l’unico vero minimo comun denominatore della possibile alleanza Pd-5s sarebbe l’antisalvinismo, delineando una sorta di comitato di salvezza nazionale che escluda il voto finché Salvini non si indebolirà nei sondaggi. Ma l’ipotesi di uno Zingaretti che stia giocando una partita a scacchi con Renzi per votare, fingendo di volersi accordare con i 5s, è ancora in campo, almeno fino al momento in cui scriviamo (ore 15-16 del 22 agosto)

 

Zingaretti Versus Salvini-Renzi? Il voto come scommessa

 

Il punto è che Salvini ha ottenuto ciò che non sapeva di volere o che voleva inconsciamente (eterogenesi dei fini appunto): non il voto (non ci credeva nemmeno lui fino in fondo), ma la messa in crisi del progetto zingarettiano: impegnato efficacemente a ricostruire il tessuto connettivo del Pd, Zingaretti dovrà ora essere risucchiato nel governo del paese, mentre è alle porte una probabile recessione economica e una legge finanziaria che non sarà affatto gaia. Dovrà riuscire nel quasi miracolo di governare senza perdere consensi (governing is not campaigning), lottando a ogni pie’ sospinto con un Movimento che, dal canto suo, dovrà stare attento a non farsi fagocitare dal Pd e non smarrire una propria identità differenziale rispetto al Pd.

Se l’alleanza 5s e Lega poteva funzionare in forza del fatto che le due forze, avendo mission e obiettivi diversi, si erano spartite le zone di influenza (il lavoro, l’ambiente per i 5s; la sicurezza e le imprese per la Lega), governando e comunicando a due elettorati differenti, Pd e 5s  parlano allo stesso elettorato potenziale, pur proponendo formule e ricette diverse: insomma si accingono a governare insieme ma si contenderanno gli stessi elettori o quasi. E, come se ciò non bastasse, Zingaretti dovrà sempre guardarsi dalla lunga ombra di Renzi e dal rischio di una futuribile fronda tesa a costruire uno spazio liberal-democratico al centro capace di fagocitare anche i forzisti in uscita. Per queste ragioni Zingaretti potrebbe essere interessato ad alzare costantemente l’asticella per l’accordo con i 5s al fine di sabotare il governo “ircocervo” e tornare al voto.

Rinasce il destra-centro? Quale futuro per Berlusconi, Meloni e Salvini?

 

Proprio la Forza Italia – di cui pochi parlano -, data per agonizzante, non dovrebbe far parte del nuovo esecutivo ricollocandosi con Salvini e Meloni all’opposizione. Non rinasce il centro-destra ma un destra-centro che, almeno stando ai sondaggi o comunque ai dati delle europee, è maggioranza nel paese. Non è vi è dubbio che il nuovo governo nasce con un problema di rappresentatività elettorale: esso non esprime l’effettivo rapporto di forze che vige nel paese reale. Ma questa è già materia per i costituzionalisti: è opportuno tornare al voto quando una maggioranza parlamentare, ancorché legittima, non esprima una reale maggioranza di opinione nel paese? La quota maggioritaria nel Rosatellum (che pure ha dato l’indicazione per il cdx) non avrebbe dovuto fornire l’orientamento dell’elettorato, che pure è stato tradito con la nascita della maggioranza atipica tra 5s e Lega?

 

Salvini è stato battuto in parlamento. Ma il populismo (nazionalismo)  vive e lotta insieme a noi

 

Non è detto che Salvini tragga necessariamente linfa dall’essere all’opposizione. La sua crescita vorticosa nei sondaggi è avvenuta nelle vesti di Ministro degli Interni con tutti i vantaggi di visibilità che ciò comporta. Estromesso dalla cabina di regia, potrebbe incontrare linee di resistenza dentro la Lega e potrebbe essere costretto ad una lunga traversata nel deserto fino al 2023. Ma parimenti, complici la recessione ed eventuali future politiche di austerità, potrebbe rigenerarsi come “novità”, continuando a cavalcare i temi delle tasse, dell’immigrazione e dell’Europa. Sbaglia chi crede che sia stato sconfitto il populismo (che, secondo alcuni studiosi, non è una categoria politica efficace) o il nazionalismo incipiente. La contromossa parlamentare, che ha messo fuori gioco Salvini, e che potrebbe preludere ad un governo Pd-5s non potrà arrestare una tendenza che ha connotati mondiali. Chiunque lo voglia arginare (populismo o nazionalismo che dir si voglia), dovrà vincere anche nel paese reale. Occhio alle vittorie di Pirro.

Franco Forchetti

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