Liberamente ispirandoci al romanzo punk-filosofico, “romanzo nero di guerriglia e passione” (come recita la quarta del libro) di Jean-Bernard Pouy, “Spinoza incula Hegel” (Castelvecchi, 2005), pubblicato per la prima volta nel 1979) e divenuto un piccolo libro di cult, dove si racconta della lotta senza quartiere, in una Parigi distopica, tra fazioni filosofiche (tra cui hegeliani e spinozisti), abbiamo immaginato che un possibile personaggio ibrido di quella storia osservi e narri, a suo modo, attraverso la lente della sua ideologia e il lessico della sua fazione, gli ultimi avvenimenti politici italiani. Per chi vuole saperne di più su questo romanzo singolare, rinviamo anche ad un articolo su Nero.
Il nome del nostro personaggio è Hansel Hegel. Il suo antagonista, che potrebbe scrivere in futuro la sua versione, si chiama “Julius” (come del resto uno dei protagonisti del romanzo).
La prima lettera di Hansel Hegel

 

Giuseppe Conte. Fortuna o Provvidenza

 

Che la vicenda terrena di Giuseppe Conte sia governata dalla fortuna machiavelliana, dal clinamen democriteo, dalla casualità assoluta oppure da una provvidenza di manzoniano respiro che agisce, talvolta sottotraccia, talaltra alla luce del sole, è questione che lasciamo ai teoretici della contingenza e alle Pizie della predestinazione, poiché ciò che davvero ci interessa è disvelare il divenire politico, la fatticità politica pura, il rapido mutarsi di casi e uomini, dove a contare sono, non già schemi, previsioni e paradigmi, ma le deviazioni innescate dal gioco delle linee di flusso politiche. Come ignorare che la diade schmittiana amico-nemico (Freund/Feind) abbia agito nel rimescolare le carte e nel condurre all’inedita e inopinata maggioranza PdM5s.

 

Nemici sempre, Amici forse. Di Maio e Zingaretti: la strana coppia

“il nemico non è il concorrente o l’avversario in generale…l’avversario privato che ci odia in base a sentimenti di antipatia. Nemico è solo un insieme di uomini che combatte almeno virtualmente, cioè in base ad una possibilità reale, e che si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere. Nemico è solo il nemico pubblico…Il nemico è l’hostis, non l’inimicus in senso ampio” (C. Schmitt, Il concetto di politico, in Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna 1972)

Il nemico storico potrebbe divenire ora alleato in uno scenario postideologico di realpolitik. Coloro che erano nemici per antonomasia, i pentastellati, il nuovo che avanza (va?), l’antipolitica o la postpolitica fondati dal Grillo ex-iconosclasta, e il Partito Democratico (anch’esso partito a ideologia debole nato dalle ceneri della cultura democristiana e di quella comunista) potrebbero stipulare una tregua in nome del governo. Un’alleanza nata soprattutto come “santa” alleanza contro Salvini, come lega anti Lega salviniana, che, superando antiche antinomie, si è plasmata, non senza difficoltà e bizantinismi, in un ircocervo degno del più sperimentale dei laboratori politici.

 

Giuseppe Conte versus Di Maio-Salvini. La politica dell’hostis nella crisi di governo

Ma la dicotomia amico/nemico investe oggi la coppia Conte/Di Maio che si contendono la leadership del movimento: se vince l’uno, perde l’altro. Con Grillo e Casaleggio a incarnare due idee diverse del futuro del partito. Pare che molti commentatori abbiano già abiurato lo schema populismo Vs establishment e, forte della momentanea sconfitta del populismo (almeno quello italiano), grazie all’estromissione di Salvini e all’autopoiesi di un nuovo M5s, e che stiano cercando nuovi modelli di lettura della realtà. Per costoro a perdere è la comunicazione di Matteo Salvini, colpevole di essersi sentito onnipotente e di aver manifestato una hybris che gli dei puniscono e vince la comunicazione soft di Giuseppe Conte, che pure giganteggia ai loro occhi allorché fustiga in parlamento il Capitano.

 

Conte come sintesi hegeliana. Il Bartleby che volle farsi re

 

L’Avvocato del popolo versus il Capitano, in un campo semantico di metafore le une contro le altre armate. Uscito dall’iniziale anonimato, una sorta di Bartleby scrivano, Conte conquista, in silenzio, una leadership silenziosa e una credibilità internazionale mentre Salvini furoreggia e tuona dalla spiagge e dalle piazze. Come è andata a finire, è storia nota. Un Bartleby assurto al ruolo di statista – a detta di alcuni -, di fine politico che, con garbo e determinazione, annichilisce ogni avversario e si staglia come sintesi hegeliana di ogni contraddizione, momento finale dello Spirito (quello dell’eterna repubblica) che torna a se stesso. Ecco dunque che, allorché sembri che lo Spirito stia eclissandosi, esso rinasce come quintessenza o come coincidentia oppositorum, per dirla con Cusano, tra la postideologia grillina e l’ideologia debole dei democratici, segnando il tempo dell’indistinto.

Il divenire della politica e della comunicazione politica

 

Permarrà dunque l’adunatio sine confusione? Riusciranno i due contraenti a non perdere l’anima in queste nozze alchemiche? Quale forma prenderà il neoumanesimo, del quale Conte si fa profeta, che appare come il wishful thinking di una società che sembra aver già scelto la strada del liberalismo senz’anima, della techne “liberale” e individualista (per dirla con Schmitt), dimentica del corpo vivo dei cittadini, cui Foucault diresse il suo sguardo. Potrà essere davvero quella di Conte la biopolitica che ha “cura” heideggerianamente del suo popolo?
Tra propaganda e wishful thinking, il discorso di Conte scrive una nuova pagina di comunicazione politica. Ma la comunicazione politica non esiste ontologicamente, non esiste in quanto tale: essa sembra politica pura, parola-azione, pensiero-azione, effetto visibile – per citare Deleuze – del campo di singolarità sulle linee di flusso. Divenire puro. Ma io non credo a Deleuze. Perchè io sono Hansel Hegel e credo solo allo Spirito Assoluto.

 

 

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