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NOT IN MY NAME. PERCHE’ E’ LEGITTIMO NON RICONOSCERSI IN QUESTO GOVERNO “ASSISTENZIALISTA” E “PATERNALISTA” E PERCHE’ DA QUESTO GOVERNO NON VOGLIO NULLA NE’ MI ASPETTO NULLA. IN ATTESA DI UN TEMPO NUOVO

 

La libertà di dissenso politico

Il campo delle libertà è infinito. Tentare di circoscriverlo o recintarlo appare sempre un atto illiberale. Un diritto è fondamentale: il diritto di espressione. Un supremo valore del liberalismo è quello del free spech, strenuamente difeso da John Locke nel saggio On liberty. Occorre difendere la libertà di parola e di espressione in ogni sua manifestazione, anche se ciò che viene detto contrasta con le opinioni della maggioranza e anche se ciò che viene detto sembra rinnegare i valori comuni della democrazia. Per assurdo si deve difendere persino il diritto di opinione di colui che vorrebbe toglierci il diritto di opinione perché una società liberale non deve aver paura dei suoi nemici. Ma, accanto al valore della libertà di espressione, esiste il diritto al dissenso politico, il diritto a rivendicare la propria libertà e, soprattutto, le proprie opinioni.

Non riconoscersi nell’attuale governo

Fa parte del mio diritto di libertà di espressione e di critica non riconoscermi nell’attuale governo e nelle sue linee politiche, soprattutto non avere né stima né fiducia nei confronti del Movimento 5 stelle. Un Movimento che è nato nel clima nefasto della più bieca antipolitica, demonizzando tutta la politica – anche quella buona -, continuando il gioco al massacro iniziato con Tangentopoli, salvo poi divenire esso stesso establishment e casta.

Il mio forte dissenso politico nei confronti dell’attuale governo e, soprattutto, del M5s nasce dal fatto che lo considero un governo assistenzialista, che non fa l’interesse delle imprese e della libertà economica, tenuto insieme solo dalla volontà di conservazione del potere, nel quale competenza e sapere politico sono spesso latitanti. A questo governo non chiedo nulla, né da questo governo voglio alcunché. Da questo governo non voglio sussidi, contributi, aiuti.

Gli errori del Governo

Un governo che ha gestito l’emergenza sanitaria in modo confuso e improvvisato;  che – a dar retta a molti giuristi – sembra aver abusato dei DPCM, durante la crisi covid 19, senza passare attraverso il dibattito parlamentare; che distribuisce risorse finanziarie senza un vero piano di rinascita del paese e senza creare un clima davvero favorevole per gli imprenditori che continuano ad essere tartassati e a subire normative oppressive. Questo governo avrebbe dovuto creare le condizioni per il rifiorire delle imprese, abbassando le tasse, creando no tax area, sgravando le partite ive dagli oneri fiscali e contributivi (almeno nei primi anni) ma, invece, ha scelto di perseguire una politica assistenzialista e paternalistica.

 

La deriva assistenzialista della Scuola

Prendiamo la scuola ad esempio, un settore a cui guardo sempre con attenzione, avendo io un’abilitazione per l’insegnamento (e per il sostegno) e qualche esperienza didattica alle spalle. Una scuola nel caos dove l’unica preoccupazione sembra essere stata quella di assumere, nei prossimi mesi, circa 150.000 insegnanti (senza contare il personale tecnico-amministrativo), perseguendo un’abile e furba politica assistenzialista. Sarebbe stato più sensato aumentare gli stipendi degli attuali docenti (chiedendo loro magari un “plus” nelle prestazioni orarie e nelle nuove progettualità legate alla formazione a distanza) adeguandoli agli standard europei ed assumere un numero congruo (e non spropositato) di docenti e personale ata in modo da poter far fronte alle nuove esigenze scolastiche. Invece si è optato per assunzioni di massa che oltrepassano (tra assunzioni ordinarie e concorsi) le 150,00 unità. E’ giusto combattere il precariato ma occorre farlo con buon senso, spalmando le risorse nel corso degli anni e senza operazioni alla “tutti dentro” che paiono più politiche che concretamente dettate da esigenze didattiche. Tali ingenti risorse economiche sarebbero dovute servire per ammodernare i plessi scolastici, per metterli in sicurezza, per progettare un nuovo modello di scuola (anche dal punto di vista architettonico), per ripensare il modello di insegnamento (investendo sull’ e-learning), per aumentare, come già detto, in modo considerevole lo stipendio dei docenti (restituendoli alla piena dignità professionale). Senza considerare che tali risorse per le assunzioni, se esse non fossero state così massicce, avrebbero potuto essere utilizzate, almeno in parte, per il diritto allo studio, per consentire agli studenti più disagiati di accedere alle borse di studio per l’università e per fare una vera politica di incentivi alla formazione.

Si è scelta la strada più facile: assunzioni di massa per non scontentare nessuno, per non inimicarsi le sigle sindacali e per evitare di andare al nocciolo dei veri problemi della scuola. Oltretutto questa sconsiderata politica assistenzialista di assunzioni di massa è stata condotta, mentre nel resto del paese, soprattutto nel settore privato, decine di migliaia di persone hanno perso il lavoro. Un paese non può vivere solo di “pubblico” ma ha bisogno di distribuire le risorse in tutti i comparti produttivi e imprenditoriali: invece ci troviamo di fronte ad uno Stato moloch, ad un Leviatano hobbesiano che mette nella sua pancia decine di migliaia di dipendenti – lasciando gli altri in smartworking con gli uffici pubblici molti dei quali hanno ridotto le prestazioni in presenza al pubblico (con inevitabile disagi dei cittadini) – e si dimentica di tutti gli altri.

Attenzione allo stato d’eccezione permanente e al patto “virale” di B. H. Levy

Con il pretesto dello stato d’eccezione, teorizzato dal politologo Carl Schmitt, si sono ridotte le libertà personali per tutelare la salute pubblica. In questo non c’è nulla di sbagliato ma attenzione al confine tra la difesa della salute pubblica e la tutela dei diritti individuali. Sono note le posizione del filosofo Agamben sui rischi democratici dello stato d’eccezione ma noi, pur condividendo alcune analisi, non vogliamo sottoscriverle in pieno. Attenzione, come ammonisce il filosofo Bernard-Henry Lévy, a non trasformare il patto sociale in patto virale e fare dello stato d’eccezione uno stato permanente. Ma c’è da dire che, se poteva essere giusto privare almeno in parte i cittadini della loro libertà personale per motivi sanitari, lo si è fatto, forse, con pressapochismo e con disposizioni discutibili nella loro repressività. In altri paesi il lockdown è stato meno repressivo, più rispettoso delle libertà dei cittadini.

E’ il ritorno dello Stato paternalista  e assistenzialista che, in nome dell’emergenza infinita, vorrebbe “prendersi cura di noi”, dalla culla alla tomba. Questo è lo Stato che non vogliamo, perché il ruolo dello Stato deve essere quello – pur dovendosi occupare delle materia di esclusiva competenza dello stato centrale e dovendo intervenire nelle situazioni di reale indigenza – di essere “stato minimo”, per dirla con il filosofo della politica Nozick – ma non assente – in grado di dare libero gioco alle forze vitali, economiche e intellettuali del paese, senza ingabbiarle e imbalsamarle in politiche assistenzialistiche e dirigiste.

Da filosofo liberale che non ama il dirigismo statalista e il potere paternalista, non posso amare questo governo e, per questa ragione, il mio dissenso politico è pieno. Attendiamo solo che passi, attendiamo solo che si torni a votare, attendiamo solo che si restituisca il voto ai cittadini che hanno il diritto di esprimersi e di giudicare l’operato di questa maggioranza che governa ma NOT IN MY NAME-