La comunicazione politica. Le origini della disciplina

 

La comunicazione politica non è soltanto l’arte di trasmettere efficacemente un messaggio politico, un mero insieme di tecniche e di strategie per far passare nell’elettorato determinati contenuti; non è, come scriverebbe un aristotelico, la téchne (tecnica) della retorica al servizio dell’aletheia (la verità) della filosofia; non è nemmeno il sottoprodotto mediale della Politica con la “p” maiuscola. Ecco perché l’evento politico non può essere separato, se non via astratta e teorica, dalla dimensione so­ciologica, dalla prospettiva psicologica, dall’approccio retorico-estetico, dalla semiotica dell’agire politico e, più in generale, dall’analisi del discorso e della lingua della politica. Si tratta di un campo di ricerca interdisciplinare che la scienza politica classica ha per molto tempo trascurato, non occupandosi, se non marginalmente, della variabile comunicativa, come rileva lo studioso Mazzoleni.

Le origini della scienza della comunicazione politica vanno, quindi, rintracciate negli anni ’50 allorché negli Stati Uniti le scienze del comportamento comin­ciarono a intersecare molteplici tradizioni epistemologiche compresa l’area della comunicazione politica. La crescita vorti­cosa di tale area portò alla nascita di altri campi di indagine che sono stati puntualmente catalogati da Nimmo e Sanders: gli studi di retorica, le ricerche sulla propaganda (gli studi di Lasswell sulla propaganda della Prima guerra mondiale), gli studi psicologici sul cambiamento degli atteggiamenti, le analisi del voto (condotte da Lazarsfeld), le ri­cerche di Blumler del 1939 su masse e pubblica opinione, gli studi di McQuail e Patterson, l’area dei rapporti tra governo e informazione, le indagini funzio­naliste dei sistemi e delle nuove tecnologie. Probabilmente le posizioni teoriche di Bobbio, di Pocock e di Habermas costituiscono tre visioni della consustanzialilà tra politica, linguaggio e azione che, pur da differenti punti di vista, pervengono alla comune verità di un’interdipendenza tra la scienza della politica, la so­ciologia della comunicazione politica e la semiotica del discorso politico.

 

La comunicazione politica. Definizione e aspetti

 

È opportuno partire dalla definizione di comunicazione politica. Secondo Mi­chele Sorice, sociologo della comunicazione,  la comunicazione politica è definibile come

a) l’insieme di tutte le forme di comunicazione attuate dagli attori politici in funzione di determinati obiettivi;

b) l’insieme di tutte le modalità comunicative orientate agli attori politici e generate da elettorato, media, giornalisti, ecc.

c) l’insieme delle forme di comunicazione sugli attori politici (opinioni, di­scussioni, commenti).

 

Si tratta di una definizione volutamente universalistica che rende ragione della complessità della fenomenologia politico-comunicativa la quale contempla la costante interazione tra sistema politico-partitico, sistema dei media e audience: un’interazione che oltrepassa i modelli di comunicazione monodirezionali per sposare una lettura sistemica per la quale ogni emittente di messaggio è al contempo ricevente di altri mes­saggi.

Ma ciò che conduce, davvero, alla nascita di un campo multidisci­plinare è la cosiddetta svolta comportamentista che ha permesso di superare la vecchia visione della scienza politica troppo legata alla filosofia positivistica e troppo focalizzata sullo studio del potere dello Stato e delle istituzioni.

Pragmatica della comunicazione politica

 

La comunicazione politica è strategia, visione a lungo termine, ma anche tattica, riposizionamento in tempo reale a seconda delle mosse dei competitors, è il pilota che guida la campagna elettorale. La comunicazione politica è storytelling, racconto, creazione di una linea narrativa e di un’epica: essa non può prescindere dalla generazione di un brand, di una “marca”, di un’identità simbolica e narrativa. Conseguentemente la comunicazione politica è la gestione della propria reputazione e della propria identità fluttuante nell’oceano dei social media.

Far vincere un candidato nell’attuale scenario politico è sempre più difficile. Occorrono idee, comunicazione, immagine, capacità persuasiva. Le sfide elettorali si vincono con le buone idee e con la buona comunicazione. Servono idee nuove per vincere in scenari politici sempre più complessi dove il cittadino-elettore è volatile e sempre pronto al tradimento politico. Ma le buone idee senza comunicazione rimangono in soffitta. E la buona comunicazione senza idee è vuota. Ecco perché il comunicatore politico affianca i partiti e  i candidati nella messa a punto delle idee vincenti della campagna elettorale e nella pianificazione strategica della comunicazione di queste idee.

Watzlawick e colleghi[1] hanno elaborato una teoria sistemica per la quale gli attori dello scambio comunicativo possono decidere di interagire secondo due differenti modalità psico-relazionali: una modalità simmetrica ed una complementare. Si ha comunicazione simmetrica allorché due soggetti tendono a rispecchiarsi e a ridurre le differenze nello scambio comunicativo: è il modello che soggiace alle pragmatiche della programmazione neuro-linguistica. Invece il modello complementare prevede che ciascun attore assuma una posizione diversa e che, quindi, uno assuma una posizione di supremazia (one-up) e l’altro una posizione di sottomissione (one-down).

[1] P. Watzlawick, J.H. Beavin, D.D Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio, 1971.

 

Che cosa significa comunicare politicamente

Comunicare politicamente significa, dunque, manipolare un determinato paradigma lessicale. E’ possibile elaborare una mappa linguistico-semantica delle forme di comunicazione attuate dai governi dell’Italia repubblicana osservando il modo con cui i politici hanno usato le categorie grammaticali rappresentate dai termini, dagli aggettivi e dai verbi. Si tratta di un interessante lavoro compiuto da Bolasco e citato da Mazzoleni[1] nel quale si evidenzia l’evoluzione del linguaggio politico in relazione alle diverse fasi partitico-politiche.

[1] S.Bolasco, Il lessico del discorso programmatico di governo, in L’attività dei governi della Repubblica Italiana (1948-1994), a cura di M.Villone e A. Zuliani, Bologna, Il Mulino, 1996, p. 262, cit. in Giampietro Mazzoleni, La comunicazione politica, Bologna, Il Mulino, 1998, p. 147.

 

Estratto dal libro di Franco Forchetti, “Società globalizzata e comunicazione”, Pisa, Il Campano (Arnus University Books), 2010

Il libro di Franco Forchetti dedicato ai rapporti tra comunicazione e globalizzazione secondo un approccio semiotico-filosofico

 

Il Discorso politico e comunicazione sistemica. Linguaggi della persuasione tra media e opinione pubblica

 

La nascita del discorso politico e del tema correlato della comunicazione non è un fatto della modernità perché esso affonda le radici nello spazio della polis greca dove “la politica produce saperi” (…) E’ bene chiarire che la prospettiva di partenza è più contigua a Peirce che a Barthes poiché l’analisi del discorso politico non verrà compiuta soltanto sul nocciolo della lingua della politica – e in questo senso prevarrebbe una centralità barthesiana della lingua come modello da applicare anche al trans-linguistico – ma sull’intero corpus del discorso politico (…)

Complessità e comunicazione politica

Uno dei punti nevralgici della nostra indagine è, però, costituito da una visione più articolata e complessa del fenomeno poiché, al di là del problema legittimo delle relazioni tra politica, linguaggio e azione, non si può dimenticare che, più che una relazione diadica tra potere e cittadinanza attraverso la mediazione del
linguaggio, opera un territorio reticolare (o rizomatico in senso deleuziano) dove il piano della politica interseca quello dei mass media, dell’infotainment, della comunità, dei movimenti sociali, dei social networks: piani che si sovrappongono, influenzandosi vicendevolmente, e che incrociano linguaggi e comportamenti, generando flussi informativi e pratiche interpretative non facilmente riconducibili al meccanismo potere-lingua-cittadino.

Lasswell, la comunicazione politica e il linguaggio

E’ Bourdieu, ad esempio, a scrivere che l’azione politica mira a “produrre e a imporre rappresentazioni (mentali, verbali, grafiche, ecco) del mondo sociale che siano capaci di agire su questo mondo, agendo sulle rappresentazioni che ne fanno gli agenti” (Bourdieu 1982: 121). L’idea di un rapporto consustanziale tra potere e linguaggio informa la riflessione di Harold Lasswell che, per primo, introdusse, nella communication research, la tecnica della content analysis per lo studio dei messaggi e che elaborò nel 1948 il noto modello lineare della comunicazione, fondato sui
principi del processo comunicativo asimmetrico e sulla predominanza del ruolo dell’emittente del messaggio. Se è vero
che è possibile distinguere, secondo Lasswell, le “diverse funzioni del linguaggio, a seconda delle intenzioni di coloro che usano il linguaggio stesso e degli effetti conseguiti tramite la sua utilizzazione”, allora “quando l’intenzione consiste nell’influenzare il potere” si può parlare di “funzione politica del linguaggio” (Lasswell 1949: 36).

Chi comunica è la comunicazione medesima

 

Richiamandosi ai trattati di retorica antica nei quali, per la prima volta, si unificarono teoria del linguaggio e teoria del potere, Laswell pensa ad una scienza politica che sia essenzialmente scienza del potere, ovvero capacità di assumere decisioni. Il linguaggio della politica si configura, quindi, come linguaggio del potere, “grido di battaglia, verdetto e sentenza, statuto, ordinanza e norma, giuramento solenne, notizia controversa, commento e dibattito” (Lasswell 1949: 36). Già Landowski (1989) ha sottolineato che il campo del “politico” costituisce un campo di “agire strategico generalizzato” finalizzato a costruire legami di potere: un concetto che, come nota Montanari (2010: 10), evoca l’idea di Foucault di un potere nascosto nelle pieghe dei suoi enunciati e delle sue pratiche discorsive (…) In una prospettiva luhmaniana si direbbe che la comunicazione trova nel linguaggio il principale mediatore tra sistema e coscienza e che, al postutto, a comunicare è la comunicazione medesima.

Bourdieu P. (1982), Ce que parler veut dire. L’économie des échanges linguistiques, Librairie Arthème Fayard, Paris (trad. it. La parola e il potere. L’economia degli scambi linguistici, Guida, Napoli, 1988).
Lasswell H.D., Leites N. (a cura di) (1949), Language of Politics Studies in Quantitative Semantics, G. Stewart, New York (trad. it. Il linguaggio della politica. Studi di semantica quantitativa, ERI, Torino, 1979).
Montanari F. (2010), Le forme, vecchie e nuove, del discorso politico, in F.Montanari (a cura di), Politica 2.0. Nuove tecnologie e nuove forme di comunicazione, Carocci, Roma, pp. 9-16.
Fonte: Franco Forchetti, “Società globalizzata e comunicazione”, Pisa, Il Campano (Arnus University Books), 2010

Bibliografia essenziale sulla comunicazione politica

 

Abruzzese A., Mancini P. (2007), Sociologie della comunicazione, Laterza, Roma-Bari.

Amoretti F. (1997), La comunicazione politica. Un’introduzione, Carocci, Roma.

Campus D. (2000), L’elettore pigro. Informazione politica e scelta di voto, Il Mulino, Bolo­gna.

Campus D. (2008), Comunicazione politica. Le nuove frontiere, Laterza, Roma-Bari.

Cosenza G. (2004), Semiotica dei nuovi media, Laterza, Roma-Bari.

Cosenza G. (a cura di) (2007a), Semiotica della comunicazione politica, Carocci, Roma.

Mazzoleni G. (1992), Comunicazione e potere. Mass media e politica in Italia, Liguori, Napoli.

Mazzoleni G.(2004), La comunicazione politica, Il Mulino, Bologna.

Sorice M. (1998), L’industria culturale in Italia, Editori Riuniti, Roma.

Sorice M. (2000), Le comunicazioni di massa. Storia teorie tecniche, Editori Riuniti, Roma.

– (2005) I media. La prospettiva sociologica, Carocci, Roma.

– (2009), Sociologia dei mass media, Carocci, Roma.

Sorice M.(2011), La comunicazione politica, Carocci, Roma.

 

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