Franco Forchetti

Maggio 2018

Quel che resta del discorso politico: Aldo Moro, Twitter e i big data Per una lettura “prospettica” del libro di Marco Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia (Feltrinelli)

* Le citazioni di Aldo Moro sono tratte da: Antologia di scritti e discorsi di Aldo Moro, a cura di M.L. Coen Cagli, Luciano D’Andrea, Marco Montefalcone, Accademia di studi storici Aldo Moro,
http://www.accademiaaldomoro.org/attivita/trentennale/ConvegnoVarie/MoroAntologia08.pdf

 

Le elezioni politiche del 2018 e la vicenda di Aldo Moro

La campagna elettorale più “pazza” degli ultimi decenni è terminata da oltre due mesi e nessun governo è, però, all’orizzonte: tra promesse “abolizioniste” e annunci di taumaturgiche flat-tax (o di un nuovo Eden del welfare), la comunicazione politica si è svuotata (in una sorta di cupio dissolvi) della sua funzione più nobile: quella di rappresentare uno strumento della democrazia deliberativa e partecipata e di aiutare a costruire, citando le parole dello storico Scoppola, una “religione civile”. Rischia di ridursi ad una semplice “cassetta delle attrezzi” al soldo della propaganda, allo spazio della disintermediazione in cui i leader, scavalcando partito e corpi intermedi, si sono sfidati per “un pugno di voti” su singoli temi (issues) e in cui i big data (vedi lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica) contano più di un’idea di paese.

 

Aldo Moro. Il corpo della Repubblica secondo Marco Damilano

 

Le celebrazioni del ’68 si intrecciano con i quarant’anni dall’omicidio di Aldo Moro e da qualche mese è in libreria l’ultimo libro di Marco Damilano (Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia, Feltrinelli) che, tra ricordi personali e ricostruzione storica, rievoca, con uno stile intriso di pietas, pathos politico e lucidità storica, la vicenda di Moro e rilegge in controluce gli effetti e i postumi di una tragedia collettiva. La campagna elettorale del 2018, a 40 anni dall’assassinio di Aldo Moro, ha sancito la fine del progetto di un «orizzonte di senso collettivo in cui identificarsi» (Damilano, Un atomo di verità), il tramonto della buona comunicazione a favore delle retoriche della propaganda e della profilazione algoritmica dell’elettore per dargli quello che vuole (e non quello di cui forse avrebbe bisogno).

A 40 anni dal ritrovamento del corpo di Moro – il cadavere della Repubblica – si è consumata l’ultima campagna della Seconda Repubblica: il discorso articolato e complesso di Moro (la lingua della mediazione e della riflessione), teso a “cucire” i frammenti delle molte culture politiche e a ritessere il “nuovo” incalzato da una società in fermento, è divenuto il linguaggio scarno, liquido, semplificato, il pensiero liofilizzato in un hashtag. Tanto che, dinanzi al rebus di quale governo prenderà forma, il problema è anche quello di far dialogare linguaggi e retoriche differenti che, dopo essersi “scomunicati” sui social, dovranno trovare un terreno comune. La politica che pretende di spiegare in 280 caratteri una società che non è mai stata, come oggi, così complessa, mentre la vera sfida è comunicare il “difficile”  e il complesso in un mondo dominato da nuovi paradigmi.

Aldo Moro e la neolingua democristiana

Era stato proprio Aldo Moro, come ricorda Damilano (Democristiani immaginari) a plasmare (insieme ad altri) la neolingua “democristiana”, quella delle “convergenze parallele”, nella quale la superficialità e la semplificazione, pur dando un contributo alla chiarezza, sono un «impoverimento della verità», «una lingua per iniziati», labirintica come la realtà. Anche se, a onor del vero, Moro non pronunciò mai l’espressione “convergenze parallele” che, secondo lo storico Formigoni, andrebbe attribuita ad Eugenio Scalfari il quale, riferendosi al terzo governo Fanfani, si concesse la licenza di mediare tra la “convergenza dei partiti democratici” attorno alla Dc, frase dallo stesso Fanfani, e le “convergenze di non opposizione” di cui parlò Moro a proposito delle astensioni socialista e monarchica. Più che la celebrazione dei “tempi nuovi”, un percorso all’inverso: dalla twitter-philosophy e dai big data ad un discorso sulla complessità, alla “religione civile”, di cui parla Scoppola, intesa come terreno comune dei valori di cittadinanza. E l’hashtag #TerzaRepubblica ossia la repubblica dei cittadini, che Di Maio twitta (e dichiara) il 5 marzo, evoca, per contrasto, “la repubblica dei partiti”, titolo di un libro dello stesso Scoppola, nel quale, parlando di Moro, si scrive che lo statista pugliese, pur chiedendo il rinnovamento, non poteva legittimare il superamento della democrazia dei partiti, corpi intermedi imprescindibili per governare il cambiamento.

 

La prima campagna elettorale social della storia della Repubblica. Una nuova comunicazione politica?

 

Si è conclusa la prima campagna elettorale post-gutenberghiana nella quale i tipografi hanno lavorato molto meno dei social media manager e le finanze risicate dei partiti (o di ciò che rimane di loro) hanno obbligato i candidati a usare soprattutto la tv e i social media. Il M5s si è trasformato da movimento “apocalittico” e anti-establishment in movimento integrato (Panarari lo spiega nel suo articolo “Metamorfosi a 5 stelle: da non-partito a così fan tutti”), dettando l’agenda della campagna elettorale (il tema del “reddito di cittadinanza” si è mantenuto “hot” anche nel dopo-voto) e mettendo in pratica quello che il sociologo Michele Sorice ha definito il modello AIP (accesso, interazione, partecipazione) attraverso soprattutto la piattaforma Rousseau, un modello perfino rimodulato in chiave di slogan-hashtag (#Sceglipartecipacambia”). Forse il primo esperimento (riuscito?) di democrazia elettronica, quella di cui parla De Kerkhove, il discepolo di McLuhan. Di Maio ha confessato di gradire il suo accostamento a “De Gasperi”: lui che governa quella che alcuni considerano una nuova “Dc”, un partito “pigliatutti” e che cerca il dialogo con gli avversari, dopo che il Movimento per anni aveva bollato gli altri partiti come “zombie”. Di nuovo il sogno del “compromesso storico”: solo che dall’altra parte non c’è Berlinguer ma soltanto un Pd esangue (in seduta di autocoscienza) e una Lega sovranista. Ma, più che a De Gasperi, Di Maio potrebbe ispirarsi alle parole di Moro che rivendicava alla politica il compito di «fare una sintesi» e «organizzare il consenso non intorno a dati particolari» ma «intorno ad un disegno complessivo» perché la vita politica è «complicata, scarsamente decifrabile, qualche volta irritante» e proprio per questo bersaglio di «quella diffidenza che contesta alla politica la sua funzione ed il suo merito». Moro non pensava ad una strategia «di alchimie, di artifici, di cortine fumogene» ma semmai ad una strategia fatta «di una seria ponderazione degli elementi in gioco, di una ricerca di compatibilità, di una valorizzazione della unità nella diversità» (“Il giorno”, 3 marzo 1978).

Di Maio “neo-moroteo”?

Di Maio neo-moroteo? Fatto sta che tra gli hashtag più usati ci sono #ConvergisulVincolo (leggi vincolo di mandato), #ConvergiSulDimezzamento (leggi stipendi dei parlamentari): come non pensare, dunque, alla convergenze parallele, sotterraneamente invocate dopo il voto, nella “morotea” ricerca di futuribili appoggi esterni, astensioni e non sfiducie in uno scenario parlamentare da Prima Repubblica. Un Di Maio che prova a fare il Moro 2.0, costretto ad uscire dallo logiche aut-aut del nuovo mondo per riscoprire l’antica arte della mediazione. E lo si è capito allorché il M5s ha coniugato il frame del “cambiamento” con quello della “credibilità” soprattutto grazie alla mossa della lista dei ministri anticipata a Mattarella, un’abile manovra per istituzionalizzare il Movimento e renderlo rassicurante anche rispetto ad un elettorato non geneticamente grillino.

 

Le nuove narrazioni della comunicazione politica tra dirette facebook e hashtag (Salvini e Di Maio)

 

Prima il voto identitario della Prima Repubblica e la lingua barocca e tortuosa (simile a quella di Don Gaetano di Todo Modo) dei partiti ancien régime, travolti, alla fine degli anni ’80, dal linguaggio “barbarico” della Lega e definitivamente archiviati con l’avvento del lessico aziendalistico-sportivo di Berlusconi. Il resto è storia recente: i vaffaday di Grillo e lo storytelling obamiano di Matteo Renzi, la nuova narrazione dopo la rottamazione. E, ultimo atto, quello del 4 marzo: la comunicazione sic et simpliciter su issues ben precise (flat tax, stop all’immigrazione, reddito di cittadinanza), il tramonto di ogni discorso nel segno della comunicazione social e molecolare. Se Berlusconi appare “moderno” (cioè televisivo), Salvini è il postmoderno 2.0: visualizzato, condiviso e ritwittato all’ennesima potenza, vuole apparire come un “leader” che “risolve problemi” (una sorta di Mr. Wolf della politica) e che coniuga l’iconoclastia della Lega delle origini con la capacità di rivolgersi anche al cittadino non “geneticamente” leghista. Se il Renzi (prima fase) citava Obama, Salvini si “trumpizza” e conia gli hashtag #primagliitaliani, #prima il lavoro, #andiamoagovernare (Rovazzi docet), #pacefiscale, #dallavostra parte. In un tweet del 1 marzo Salvini rivendica all’Italia le “profonde radici cristiane”, dopo aver difeso per mesi la presenza a scuola di crocifisso e presepe: quasi una battaglia di “retroguardia” se si pensa alla posizione più ecumenica del Papa e se si guarda al cattolicesimo di Moro, dove, attraverso l’eredità di Dossetti, il cristianesimo è vissuto più come apertura che come semplice radice o identità. Sembrerebbe l’apologia del “pensiero semplice” (sintetizzato nello slogan leghista “rivoluzionedelbuonsenso”), della soluzione facile a problemi complessi, laddove Moro si sarebbe arrovellato su risposte complesse a problemi epocali.

 

Berlusconi. Il federatore-mediatore si arrende al populismo

 

Mentre Berlusconi si è impegnato nella solita campagna televisiva, nel ruolo di federatore (#unitisivince), a colpi di messaggi semplificati perché convinto che gli elettori contendibili sono ancora quelli davanti alla tv, con pochi interventi sul territorio e con un approccio verticale alla comunicazione online. Nemmeno l’arma finale (#Tajanipresidente) si è rivelata di “seduzione di massa” e il sogno della grande mediazione si è infranto dinanzi al dilagare di M5s e Lega. E’ ormai un lontano ricordo l’ex cavaliere che si autoproclamava il nuovo “De Gasperi”: un Berlusconi anti-moroteo nel 1994 (i comunisti erano il male assoluto per lui) ma che, con il patto del Nazareno, aveva riscoperto il compromesso con gli eredi (renziani e blairiani) dei comunisti.

 

Partito Democratico: naufragio di un’utopia

L’utopia morotea, non già di una fusione tra due tradizioni, ma almeno di un loro dialogo costante, naufraga, forse, definitivamente, il 4 marzo, allorché il Partito democratico, “amalgama non riuscito” della cultura cattolico-democratica e di quella postcomunista, ottiene il peggior risultato della sua storia, nonostante lo storytelling ottimistico di Matteo Renzi. Chissà se quest’ultimo sapeva che la sua narrazione della “riscossa italiana” echeggiava, in una singolare coincidenza, un discorso di Moro del 1964: «non siamo un popolo in decadenza» – diceva Moro – perché possiamo affidarci alle «vitali energie» e alle «capacità creatrici del popolo italiano».
Dallo storytelling renziano, nel segno di Blair ed Obama, ai “cento passi”, ad una campagna “corale”, volutamente anti-leaderistica. Una missione quasi impossibile: comunicare la transizione dal partito personale, teorizzato da Mauro Calise, fortemente renziano, al partito “plurale”, uno schema a tre punte con Renzi, Minniti e Gentiloni. La strategia dell’usato sicuro e della rivendicazione pedissequa delle riforme fatte (la stessa campagna perdente di Berlusconi nel 2006 con l’elenco delle 36 riforme) non ha pagato forse perché gli elettori non hanno percepito più la tensione verso il cambiamento, verso quel «fermento sociale», di cui scrive Moro, quella «società sempre più presente a se stessa» che «travalica le strutture dei partiti» e che nessuna ideologia può ingabbiare (Discorso di Moro, 1969).

Attualità di Aldo Moro nella politica contemporanea

 

Ma, forse, le “convergenze di non opposizione” di Moro sarebbero utili proprio in un momento in cui bisogna trovare la quadra (linguistica e sostanziale) per un governo che metta d’accordo partiti e programmi diversi; dopo essersi cannibalizzati e scomunicati sui social, i partiti dovranno abdicare agli hashtag e andare oltre i 280 caratteri, ritessere un discorso politico più ampio, ricostruire una lingua della mediazione, offrendo anche agli elettori un modello diverso, non più fondato sul pensiero semplice e sulle facili verità (o delle strumentali postverità), ma sulla paziente mediazione tra “coscienza” e “potere” (altra suggestione scoppoliana), un nuovo compromesso storico nell’età della crisi dei partiti e delle identità.
E’ singolare che, mentre qui si contrappone – con il rischio di essere accusati di “passatismo” – la neopolitica governata dai social e dagli algoritmi alla politica morotea che doveva “gestire” e “guidare” il cambiamento sociale, Moro stesso, se fosse vissuto oggi e avesse guardato con la sua infinità curiosità ai nuovi media, avrebbe potuto scrivere (come, in effetti, ha scritto riferendosi ai movimenti sociali di protesta che assediavano, negli anni ’70, i partiti di governo) che occorre rispettare «il pluralismo sociale». E i nuovi media non sono forse uno strumento irrinunciabile di tale pluralismo e non potrebbero essere considerati, con le stesse parole che Moro riservava alle nuove «relazioni e forme associate», «espressione della libera espansione della varia e ricca vocazione unitaria dell’uomo»? Chi più progressista di un politico come lui convinto che «il domani non appartiene ai conservatori ed ai tiranni» ma «agli innovatori attenti, seri, senza retorica». Lui stesso non avrebbe condannato il nuovo tout court a condizione, però, di governarlo, di non lasciarsi travolgere e di non abdicare al ragionamento che invece la politica ai tempi dei social tende, sovente, ad annichilire. E, benché proclive al dialogo, “il prigioniero Moro”, come scrive Damilano, vedeva nel cambiamento del linguaggio “la manifestazione di una nuova spregiudicatezza che corrispondeva a una mutazione della società italiana” (Damilano, Un atomo di verità).

 

La trama digitale “avvelenata” Vs la trama d’amore

 

Se si pensa alla trama digitale di post e di tweet “avvelenati” che, in questa campagna elettorale, i leader si sono scambiati, alle fake news generate per screditare l’avversario da tribù di troll, alle invettive in diretta facebook, al sistematico lavoro compiuto dagli haters, allora non possiamo non evocare «l’ immensa trama di amore che unisce il mondo» e al «bene», «sbiadito sullo fondo» ma «più consistente del male che lo contraddice» nel nome di un valore più alto: quello della verità (sono parole di Moro di un articolo su “Il Giorno”, 20 gennaio 1977). Non si tratta di contrapporre la legittima durezza di una campagna elettorale alla visione cristiana e “buonista” di uno statista politico, ma di resuscitare l’antico codice del rispetto dell’avversario, al fine di non delegittimare le istituzioni democratiche tanto più in un paese «dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili».
E proprio colui, che, secondo Scoppola, esprimeva una concezione “aristocratica”, “misto di illuminismo, volontarismo e di realismo”, e che sembra, per idee e linguaggio, lontano anni luce dalla cultura frammentaria e superficiale dei social media, disse, in un congresso della Dc nel 1969, che «se noi vogliamo essere ancora presenti, ebbene dobbiamo essere per le cose che nascono, anche se hanno contorni incerti, e non per le cose che muoiono, anche se vistose e in apparenza utilissime». Non possiamo esserne certi, ma nulla ci impedisce di immaginare che Moro sarebbe stato, facendo quel gioco che gli storici chiamano “ucronie”, il più attento esegeta dei nuovi media e dei nuovi linguaggi, consapevole che i partiti (o ciò che resta di loro) devono sintonizzarsi sui tempi nuovi e provare a non divenire “esangui partiti di opinione” e a guidare in modo flessibile le esperienze sociali.

 

Critica della ragion comunicativa

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La trasformazione del leader politico in un’icona pop, il suo essere costretto persino a polemizzare in rete con il carneade di turno, segna ciò che Sofia Ventura chiama “pipolizzazione”, la perdita dell’aura sacra del politico. Il re è nudo: una comunicazione liquida per leadership effimere e “nevrotiche” (Damilano, Un atomo di verità) che, ovviamente, non basta a decretare la vittoria e la sconfitta perché altri fattori di medio-lungo termine si rivelano decisivi: economia, lavoro, percezione della crisi, resistenze culturali, l’antinomia centro-periferia. Usando le frasi di Moro, «una nuova umanità che vuole farsi» e «il moto irresistibile della storia» che, sconfessando Fukuyama, si è rimessa in movimento.
La comunicazione politica (ed elettorale) non può essere solo al servizio della propaganda né, scegliendo la semplificazione e la banalizzazione, può essere nemica della verità perché, per dirla con Aldo Moro, «un atomo di verità» conta più di milioni di voti e perché occorre ricomporre, per dirla con Barthes, i frammenti di «un discorso politico di senso».